Oasi Del Piacere
Per chi vuole imparare a piacersi e a piacere. Per chi vuole amare ed essere amato con passione.

Archive for Aprile, 2008

30
Apr

Poesia tratta da: Il Corpo segreto, Lieto Colle

Posted in Racconti erotici  by Pamela

Voglio condividere con voi amiche e amici del mio blog una tratta da Il segreto- ed Eros nella maschile, un’antologia di del e dell’Eros maschile curata da Luigi Cannillo ed edita da Lieto Colle. La mia scelta cade sui versi che meglio descrivono le emozioni e le sensazioni che il di un uomo suscitano in me. E’ così che lo sogno ed è così che vorrei si materializzasse davanti a me, proprio ora… Per ora mi accontento di condividere questa immagine con voi e fantasticare….

INCANTO
di Florindo Di Monaco

S’affaccia la dai suoi ventinove anni
prestati alle e al lavoro,
non ancora sgualciti dal cesello del denaro.
Su quel viso d’Adamo nell’Eden,
innamorato della sua stessa perfezione,
già provato dalla vita,
s’accende e dura a lungo,
un bagliore di , un lampo d’.
Gli scendono i sul tatuaggio tribale
che s’allarga minaccioso per il pendio della schiena.
Porta le scarpe devastate dal fango,
le mani con i primi calli sporche di ruggine,
i arruffati sotto strati di polvere.
Una logora tutta sozza di macchie nere e d’olio
imprigiona il sudore sulla pelle di madreperla.
La domenica mattina regala footing
alle tornite cosce di bronzo invidiate da Prassitele,
il pomeriggio ruba misteri al marmo di Paro
quando si regala allo specchio
l’immagine di alabastro di un dio
dalle carni d’avorio e i turgidi pettorali di magnolia.
E non è mai stanco di montare in sella al suo domani.

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30
Apr

Per un seno da pin-up

Posted in Salute e Benessere  by Pamela

Basta dare un’occhiata al palinsesto televisivo per renderci conto che con un bel paio di tette vai dappertutto…. ma proprio dappertutto. Che siano rifatte o come mamma le ha fatte, poco importa… l’importante è che svettino sode e prorompenti sotto a una t-shirt attillata, così come dentro ad uno chiccoso vestito da sera, così come sotto al pigiamone anti-stupro delle solitarie nottate da .

Agli uomini piacciono, è fuori discussione. Ma anche alle piacciono molto ed averne un paio degno di posare su un poster di Max, è un po’ il sogno di tutte. Quindi se la forza di gravità ha la meglio sul nostro decolleté, niente panico, qualche vacanza in meno e… un intervento in più. Se invece del bisturi proprio non ne vogliamo sapere, è sufficiente un po’ di impegno per conferire un po’ di vigore al nostro che sembra essersi ritirato in pensione anticipata.

Un’alimentazione sana ricca di rende la pelle più brillante, più luminosa e a beneficiarne sarà anche il il cui aspetto sarà più levigato. Per ridare tonicità ai muscoli pettorali facciamo esercizi specifici, chiedendo aiuto ad un istruttore di (ce ne sono di bravi e carini in tutte le palestre), chissà mai che possa aiutarci anche per un massaggio… Sembrerà strano ma chi fa regolarmente (ovviamente non da 3 minuti e via) ha il più sodo; quindi: datevi da fare! Non rinunciamo alle spugnature di acqua fredda da fare ogni giorno con regolarità anche se fuori imperversa la bufera: il risultato è eccezionale. Non possiamo farci mancare, inoltre, una buona crema rassodante da applicare con massaggio evitando però i capezzoli che sono una parte molto sensibile.

Ottima e dal successo garantito per pettorali da favola è la cura WONDERUP che agisce sia dall’interno come integratore naturale sia dall’esterno con la comodissima crema. Lo potete ordinare direttamente in questo blog cliccando Un più grosso? Ora è possibile senza chirurgia ne I miei consigli.
Con un bel … successo garantito! Occhio ai mammoni che delle belle tette sono i migliori fan, forse per una reminiscenza dei tempi infantili….

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23
Apr

Cap. 1 - Veronica

Posted in Racconti erotici  by Pamela

-Le 6.00… in questa casa è possibile dormire non dico tanto ma almeno fino alle 7.00?
Veronica cerca di riaddormentarsi. Manca ancora un’ora abbondante al momento in cui suonerà la stramaledetta sveglia a forma di maiale. Non appena le palpebre iniziano pesantemente a calare sui suoi pensieri come il sipario di un grande teatro, qualcosa di là, nell’altra stanza le impedisce di riprendere sonno.
-Che palle! - urla coprendosi le orecchie con il cuscino.
Cazzo soffoco! Maledetta claustrofobia! Mi sa che nel pomeriggio andrò a fare una visitina a quel bonazzo del farmacista per comprarmi un paio di tappi di cera. Uniamo l’utile al dilettevole… il sacro al profano e così via…
E’ iniziato il suo solito lungo monologo interiore, quello che la terrà sveglia a violentarsi il cervello, fra rimpianti del passato e speranze per il futuro.
Chi è senza peccato scagli la prima pietra diceva qualcuno. Quando mi fa comodo anch’io tiro fino al mattino anche se a differenza della sottoscritta, Alberto non si sveglierebbe neanche con una cannonata! E’ il coinquilino ideale oltre che un amico fantastico, non perché sia gay, no, lo sarebbe anche se fosse etero… Quando ci siamo baciati…Vero…tu l’hai baciato, praticamente violentato…, lui ha avuto la reazione di un bradipo e lì ho capito, però avrebbe potuto dirmelo prima che mi eccitassi fino a quel punto… Due anni fa, sembra ieri…
Veronica si alza di scatto dal letto e si dirige verso la porta, non la apre ma rimane in a fissare il calendario in cui ha tutta l’aria di volere proprio lei.
-Stai calmo Brad, ti puzza l’alito il mattino… voglio solo controllare una cosa. Cazzarola, è già il 18… ti rendi conto? Brad è già il 18 gennaio e io non ho ancora stilato il vademecum dei propositi per l’anno nuovo e neanche un bilancio del vecchio.
Si accorge che Brad è leggermente spostato rispetto a come lo aveva posizionato lei durante la festa di Capodanno.
Certo allora ero un po’ fatta ma è evidente che qualcuno l’ha staccato e l’ha riattaccato alla cazzo! Se Alberto non la smette di masturbarsi con Brad divento una bestia!
Veronica si sdraia di nuovo nel suo letto assaporando il caldo tepore lasciato dal suo e alimentato dal suo inseparabile piumone.
-Certo se ci fosse Brad qui con me…
Il 18 gennaio 2002… calcolando che il 2000 è stata un’annata favolosa, il 2001 la merda più completa, il 2002 dovrebbe riscattarmi, è l’anno dei 25 anni, mio Dio un quarto di secolo! Il 2001 è stato un anno di duro lavoro ma per quanto riguarda l’università, caliamo un velo pietoso. Con i miei, è stato il disastro più completo, soprattutto dopo il loro anniversario di : mancato, non mi sono svegliata, ma come si fa a imbastirsi di coca come un cammello quando sai che il mattino hai un impegno così importante? Chi riesce a dire di no a un piatto stracolmo di prelibatezza? Bianca soffice invitante… Un po’ come la neve che mamma mi permetteva di mangiare da bambina. Il 2001 è stato l’anno in cui ho conosciuto Gio. Gio… l’avrò amato davvero? O è stato solo un capriccio? Lo volevo lui scappava e io lo volevo di più e lui scappava ancora e io lo rivolevo. Per lui, però, ho rinunciato al mio lavoro da P.R. in e poi quanto stavo male quando mi prometteva che sarebbe passato a trovarmi il giorno dopo e poi inevitabilmente mi dava buca. Un cafone… un dolcissimo cafone… sì ma anche un fottuto bastardo. E quando pensava che io fossi malata e ha portato la sua bella statuina a cena dai nostri amici… che colpo al cuore quando li ho visti uscire mano nella mano. Cosa aveva lei più di me? Niente, appunto. Quella sera l’ho congedato con un “Crepa bastardo!” Poi ho ceduto e ci siamo visti ancora una volta, al mio compleanno e dopo aver fatto l’, lui mi dice: “Esco con un’altra! Ma se guardo al mio futuro è con te che lo voglio!” Brutto stronzo! Ho metabolizzato la frustrazione solo dopo 5 grammi della mia medicina… dovrei smettere di drogarmi, non che io sia tossica si intende, solo che ogni tanto, spesso mi piace. Il Gio…
Cullata dal pensiero del suo grande e bastardo , Veronica si riaddormenta.

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23
Apr

Chi ha paura della Muccassassina?

Posted in Relax  by Pamela

Un libro da leggere tutto d’un fiato:

Vladimir , Chi ha paura della ? Il mio mondo in e viceversa, Bompiani, 2007.

ci apre le porte del suo mondo parlandoci delle sue esperienze, della sua vita privata, senza censure, senza ipocrisia, perfettamente in linea con la sua immagine pubblica.

Voglio condividere con voi alcuni passaggi del libro, quelli che mi hanno colpita di più, forse perché più vicini alla mia esperienza personale:

“L’oscurità notturna è complice, malandrina, sensuale, ho vissuto la dissetando la sete di fino alla feccia. Di ti senti meno addosso gli sguardi inquisitori della gente, quel bisbigliare “è maschio o femmina?”.”

“Smisi di rasentare i muri nell’oscurità come fanno i topi e avanzai spedita vivendo la e cavalcando l’alba. Ho fatto del buio il mio regno. I lampioni delle auto che mi scontornano e stagliano dall’anonimato dei viali, l’occhio di bue che mi rende onirica visione sul palco di un teatro o quelle luci psichedeliche che sento puntate solo su di me nel delirio chimico di autostima sulla pista di una .”

“Voglia di sentire la scoppiarti dentro la testa, di sentire i bassi nello stomaco, di stare al centro della pista come al centro del mondo – e il Piccolo Mondo in quel momento era l’unico mondo, perché la realtà è quella che ci rappresentiamo. (…) Adesso c’è solo la e io voglio ballare perché ballare mi fa esistere, mi fa scrollare di dosso le preoccupazioni come fa un cane quando si è bagnato.”

“Lascio la strada dietro di me, non ho voglia di giocare, la mia sfida adesso è amare. Splenda il sole dentro di me, buio freddo è il passato, il ricordo di chi ha odiato. Sorrido di primavera, il futuro si distende, la malinconia si arrende. E se c’è chi disprezza me, non ne porterò rancore, nessun peso sul mio cuore. No, non mi ammalerò, né mi volterò – cantala la mia allegria. Non ho paura se una parola può ferire, se uno sguardo fa morire. Canto e dimentico le minacce, il mio affanno, se sono pietre fioriranno. Viaggio con il e la , sto salendo dal declino, una lotta con il destino.”

“Il non deve essere considerato una gabbia da nessuno: da chi si sente sempre troppo grassa e muore di anoressia, da chi nasce di un genere e ha una percezione di sé diversa da quella dell’anagrafe, da chi nasce uomo o donna e si sente attratto da persone dello stesso , da chi è trans ma è attratta dalle in un rapporto lesbico, da chi sta su una sedia a rotelle e vuole vivere tutto, anche il , da chi ha un colore di pelle diverso dal nostro ed è vittima di apartheid culturale, da tutti quelli che vivono più seguendo la propria anima che non il suo contenitore.”

“L’unico travestimento che deploro: quella falsa immagine ipocrita e bacchettona alla quale una certa società ci vuole ricondurre a tutti i costi.”

“Non si dimentica. Si può convivere con un’assenza, come avere sempre una sedia vuota al tavolo, e riempire l’assente del presente dei , le rimembranze, proiettare sul muro vuoto le immagini di momenti passati densi di quel significato che solo l’irripetibilità rende mesti. E per lungo tempo, quello di una vita non spezzata, tutto narra di chi non c’è più, la presenza fisica è sostituita da una più ingombrante, tutta dentro, ossessiva, lacerante.”

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16
Apr

Alla fermata - ultimi due capitoli

Posted in Racconti erotici  by Pamela

13.

Una volta varcata la soglia di casa mia e assicuratami di essere completamente sola, mi buttai sul letto senza neanche togliermi le scarpe. Trascorsi ore ed ore sdraiata con le mani sulla pancia, accarezzandola di tanto in tanto. Pensai intensamente a lui (a lei?), all’esserino che stava crescendo dentro di me. Poi iniziai a parlargli e più lo facevo, più pensavo ad Andrea, alle nostre anime, al momento in cui era stato concepito questo miracolo. Mi tornarono alla mente le parole di Maria. Ma l’ può essere etichettato? Basta! Dovevo tornare sul pianeta Terra! Dovevo trovare una soluzione razionale a tutto quel marasma!
Allungai la mano verso il telefono, composi il numero di Ema.
–Pronto!
Non era la sua voce che avrei voluto sentire in quel momento, in verità, ma proseguii ugualmente convocandolo con urgenza a casa mia: – Ti devo parlare! Ti aspetto!
Con strafottenza replicò: – Cos’è successo? Sono ricominciati i deliri di onnipotenza?
Insistetti pregandolo, umiliandomi ancora una volta.
Mezzora dopo Ema era davanti a me.
–Cosa c’è di più urgente che Milan-Manchester? Vedi di essere rapida…
Decisi di sorprenderlo, sconvolgerlo, rovinargli la festa.
– Ema sono incinta. – annunciai con fredda determinazione.
Si lasciò abbandonare su una sedia, pallido come un cencio appena passato al candeggio. Più taceva, più avrei voluto negare le mie parole. O forse avrei potuto cogliere l’occasione e sputare il rospo e così lasciarlo, liberandomi una volta per tutte dell’incubo.
–Come faccio a dirlo a papà!?
Non una parola per me, per noi. Ma questo era Ema.
Scoppiò a piangere. No, questo non era Ema o forse sì… Un debole. L’altra faccia della medaglia.
Gli risi in faccia.
–Vai via! – urlai, approfittando del suo cedimento.
Lo accompagnai alla porta spingendolo lontano da me e questa volta per sempre.
–Ti chiamo io dopo, ok?
Non ricevetti alcuna risposta. Lo guardai rabbiosamente negli occhi prima di urlargli in faccia, finalmente, quello che da tempo avrei voluto dirgli: –Vigliacco! Ema sei solo un debole!
Non avevo pietà. Sapevo a cosa erano dovute le sue lacrime. Piangeva per inadeguatezza e per paura, paura per se stesso. Ema non poteva amare altri che se stesso. Io ero stata l’oggetto delle sue attenzioni in quanto rappresentazione del suo doppio, sua controparte femminile. In realtà, però, Ema sapeva di essere una nullità, un fallito, un vile ed è per questo che faceva subire a me le torture psicologiche che si sarebbe voluto infliggere lui stesso. Era un debole così come Andrea mi aveva svelato, senza conoscerlo. Andrea…
L’avrei lasciato al telefono, pochi minuti dopo il suo congedo se non fosse tornata improvvisamente mia madre dal suo settimanale tour con le amiche borghesi di una vita.
–Già qui?
–Sì, ti devo parlare Pamela.
La situazione si stava ribaltando nuovamente. Mi sentivo stanca, esausta… Non ne potevo più di parlare, parlare, parlare…
–Dimmi. – dissi scocciata.
–Ho incontrato la madre di Silvia.
Sentii il sangue ribollirmi nelle vene. Le mie gote senza ombra di dubbio si fecero di un rosso vivo, a testimonianza dell’imminente crollo del castello di carte eretto in settimane di un’elaborata, quanto fortuita messinscena.
–O mi dici come stanno le cose o non esci più di casa fino a che ti sposi!
Mi accarezzai istintivamente la pancia quasi a cercare sostegno. Silvia… Non avevo più bisogno di Silvia. Accarezzai di nuovo il rifugio del mio pulcino e sorridendo a mia madre con aria di sfida, le sbattei la porta della mia camera in faccia.
– Pamela apri! Apri! – protestò.
Chiusi a chiave. Non ero più sola. Non lo sarei mai più stata. Senza perdere del tempo prezioso, salii su una sedia e presi il trolley da sopra l’armadio, attenta a non fare sforzi che potessero arrecare danni al minuscolo tesoro che stava dentro di me . La polvere mi fece starnutire.
–Salute! – sentii da dietro la porta.
Mia madre, educata e ligia all’etichetta sempre e comunque. L’apparire sempre prima che l’essere: ipocrisia alla massima potenza. Non le risposi. Riposi nel bagaglio qualche vestito ( di lì a poco avrei dovuto cambiare gran parte del guardaroba, per cui tanto valeva sovraccaricarsi) e un libro. Decisi di portare l’Ulisse di Joyce. Anch’io stavo per intraprendere la mia Odissea…
Prima di uscire da quella prigione e affrontare nuovamente mia madre, chiamai Maria.
–Maria c’è Andrea?
–No! Te l’ho già detto: è fuori !
–Bene. Passo da te.
Non ero ancora pronta per vedere Andrea. Volevo andarmene, stare sola, pensare. Forse sarei tornata da lui, forse no.
Aprii la porta e attraversando a passi rapidi il corridoio, uscii di casa in compagnia del mio trolley, nonostante le urla contenute di mia madre. Non mi voltai per non dover vedere il suo viso. Non avrei sopportato la vista della sua espressione incredula e delusa. Non che mi avrebbe fatto cambiare idea, quello no, mai! Forse un giorno mi avrebbero perdonata, ma sapevo che non avrebbero mai potuto capire. Solo chi ha conosciuto l’ può capire.
Mi sentivo di nuovo libera, senza costrizioni.
Presi un taxi fino a casa di Andrea e Maria. Nel momento in cui estrassi il portafogli per pagare la corsa, mi accorsi che con i pochi soldi che avevo in tasca avrei fatto poca strada ma poca strada è sempre meglio di niente. Una soluzione l’avrei trovata. Ora niente e nessuno poteva più fermarmi, anzi fermarci.
La salita in ascensore sembrava non finire più. Ero ansiosa di salutare Maria e di incamminarmi verso il mio destino.
Suonai.
Non fu Maria ad aprirmi…
–Andrea!
–Pam!
–Oh no! Cosa ci fai tu? – protestai colta dall’agitazione.
–Non lo sapevo! Io… – cercò di difendersi.
–Non mi toccare – urlai difendendomi dalle sue mani troppo pericolosamente prossime alle mie.
Guardavo Maria con rabbia stringendo le palpebre quasi a volerla annientare con lo sguardo.
–Oh oh… ragazzina mia… Io l’ho giurato sì ma sul mio pisello! Se credi a una travestita che giura sul suo pisello, bhé allora cavolacci tuoi! – così dicendo si congedò lasciandoci soli.
– È mio vero? – mi chiese lui diretto, senza preamboli.
–Sì – risposi emettendo un sospiro profondo.
–Siediti… – disse spostando premurosamente una sedia.
–Non devi preoccuparti per me, non hai alcun obbligo…
Mi interruppe: – Posso accarezzarlo?
Osservavo in silenzio la sua mano tesa che avrei voluto respingere, allontanare… I suoi occhi lucidi, però, ebbero la meglio su di me, sui miei propositi.
–Ok…
Mi accarezzò la pancia con una dolcezza disarmante.
–Lo voglio Miss. Io questo cucciolo lo voglio. È nostro cazzo… Pam…
Ero confusa, tremendamente confusa.
–Ho bisogno di tempo Andrea…
–E io cosa faccio mentre tu ti prendi tempo? Voglio vederlo crescere dentro di te…
Le lacrime soffocate ma evidenti che velavano i suoi stupendi occhi azzurri non potevano farmi cambiare idea.
–Parto Andrea, per un po’ me ne vado.
–Dove vai? Posso almeno sapere dove vai?
–A Trieste..
–Perché a Trieste?
–Perché è lì che nascono le grandi cose.
–Nascono per poi morire?
–Le grandi cose non muoiono mai.
–Tutto muore miss…
–Non l’… me lo hai insegnato tu.
Mi sorrise mentre una lacrima gli solcava il viso. Avrei voluto baciarlo per sentirne il sapore.
–Miss ok ci sto.. Inizierò ad aspettarti da domani stesso, ogni giorno a mezzogiorno finché non tornerai, finché non tornerete da me…
Lo abbracciai. Il suo calore, il suo odore rischiò di inebriarmi. Dio come mi era mancato… ma non era ancora l’ora e chissà, magari poi avrei deciso che quell’ora non sarebbe mai giunta.
–Andrea ora lasciami andare… – dissi divincolandomi.
–Ciao anima mia…
Gli risposi soffiandogli un bacio.
Mi chiusi velocemente la porta alle spalle per non rischiare di cedere. Avevo bisogno di tempo per intraprendere la mia Odissea.
–Pam!!!
Maria mi raggiunse quando ero già in strada allungandomi una busta.
–Tieni Cenerentola ne hai più bisogno tu di me. Torna presto. Non vedo l’ora di fare la zia!
Aprii la busta: soldi, tanti soldi…
–Maria, ma questi ti possono servire… l’operazione…
–Alla fine io con il mio pisellone vivo bene. Senza chi lo sa? E poi se lo perdo, chi me lo ritrova più?
Si allontanò canticchiando “Il cobra non è un serpente” e ridendo. Anche nei peggiori momenti, Maria era la gioia, la spensieratezza. La ammiravo e la amavo per tutto questo. Ripensai alle sue parole, al fatto che l’ non può esser catalogato né etichettato.
Mi sarei presa tempo per pensare. Avrei ripreso in mano le redini della mia vita da sola, per poi ricominciare alla grande in due o forse in tre o forse in quattro…

14.

, tre mesi dopo.

Sto camminando nell’unica direzione che avrei potuto scegliere di percorrere, verso una fermata, la mia fermata, la nostra fermata.
È vero l’ non può essere etichettato. Non c’è regola nell’ se non quella che viene dettata dall’Anima.

Pochi minuti a Mezzogiorno…
–Bentornate…!

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16
Apr

Alla fermata - Cap. 11/12

Posted in Racconti erotici  by Pamela

11.

Non tornai subito a casa. Girai ore per la mia passando di tram in tram. Non potevo fare a meno di vedermelo davanti, di udirlo, di parlargli. “Pensa con la tua testa!” Ma chi si credeva di essere? Era un perverso, uno schifoso e non potevo avere un futuro con lui. Mi ero laureata con 110 e lode, sarei diventata una manager e lui? Lui era un fotografo fallito, un omosessuale, uno che va con gli uomini! Cercai di respingere il suo pensiero concentrandomi su ciò che mi circondava. Niente riusciva a catturare la mia attenzione a tal punto da distogliermi completamente dalla figura di Andrea e da tutto ciò che ci eravamo detti poco prima.
Passando davanti a una vetrina scorsi riflesso un viso stanco adornato da una disordinata capigliatura. Ero io. Ero io consumata dai pensieri.
A casa me la cavai abbastanza bene: la scusa di Silvia reggeva ancora.
L’indomani telefonai ad Ema e gli chiesi scusa senza aggiungere ulteriori spiegazioni, non che mi fossero state chieste, no, l’importante per lui era che io fossi tornata docile e mansueta all’ovile.
Come prima… Stavo recuperando la mia vita com’era prima di incontrare Andrea. Tutto stava tornando nella normalità. Tutto ma non io. Io non ero più la Pamela di prima.
Trascorsi il resto della settimana chiusa in casa, nella mia camera, fingendo un’influenza. Presi dall’armadietto dei medicinali la boccetta di Valium di mia madre e ne feci la mia compagna, solo così riuscivo a prendere sonno. Mi svegliavo di colpo in preda al panico. Avevo costantemente davanti agli occhi Andrea, l’angelo biondo, le fotografie che lo ritraevano sorridente e felice dietro all’obiettivo di quello che era stato il suo uomo e anche il mio uomo. Lo pensavo. Lo volevo. Lo cacciavo. Ma lui tornava a darmi il tormento, ad affollarmi la mente di perché.
Il cellulare rimase sempre acceso. Questa volta, però, nessun messaggio né telefonata mi venne in soccorso. Era come se io per Andrea esistessi più. Tutto taceva, solo il mio cuore non riusciva a darsi pace. Forse ero impazzita, forse era stato tutto un sogno tramutatosi in incubo.
Con il passare dei giorni, delle ore, mi convinsi sempre di più di avere fatto la scelta giusta. Del resto non cercandomi non aveva fatto che alimentare i miei dubbi, le mie incertezze. Ero stata usata, raggirata. Avevo scambiato del per . E ora eccomi qua, devastata e imbottita di valium… Dovevo reagire…
Una di quelle interminabili sere vissute nell’assenza, mi addormentai con i pugni chiusi a fare da scudo al mio viso consumato dal dolore, quasi a volermi difendere da un nemico, un nemico invisibile. Sognai. Sognai l’angelo biondo nel tentativo di forzare la saracinesca ed entrare nella mia stanza, nel mio intimo. Io non lo volevo, ne avevo paura. E mentre fuori il vento, la pioggia imperversava io cercavo di mandarlo via, di avvertire qualcuno del pericolo incombente. Aiuto un estraneo, un ladro, uno stupratore! Nessuno poteva sentirmi. L’angelo o la finestra o entrambi mi piombarono addosso e io sotto, agonizzante, senza scampo, senza speranza alcuna…. Mi risvegliai spaventata. Accesi la luce per assicurarmi che la tapparella fosse chiusa. Mi alzai per perlustrare la casa. Niente… era stato solo un sogno, un orribile sogno. Quand’è che tutto sarebbe finito? Quand’è che il dolore avrebbe cessato di divorarmi?
Diedi un’occhiata all’orologio: era mattina, era lunedì mattina. Decisi di reagire, di iniziare come si deve una nuova settimana. Sarei tornata la cara e vecchia Pamela, forse meno felice e spensierata, ma sicuramente con un futuro più gestibile.
Una doccia e mi sentii come nuova. Fosse stato così facile anche lavare via tutto il resto…
Presi il primo mezzo di superficie diretto verso il centro. Evitai il tram su cui avevo conosciuto Andrea. Optai per un itinerario più lungo ma certo più sicuro, perché non era ancora il momento di affrontare i fantasmi di un passato ancora troppo poco passato.
Mi misi alla ricerca di un regalo per Ema, per farmi perdonare. Sarebbe stato un nuovo inizio, non solo per me ma anche per il mio rapporto. Entrai in una libreria. Le librerie avevano per me un qualcosa di magico. Prendere in mano i libri, sfogliarli, annusarli era un rituale magico a cui mi ero sempre affidata nei momenti difficili della mia vita. Un libro era capace di ridarmi la tranquillità solo al tatto. Quando poi, una volta a casa, sdraiata sul mio letto o al parco su una panchina, avevo finalmente la possibilità di assaporarlo, divorarlo, allora diventava una parte di me e io una parte di lui.
–Miss…
Sentii un colpo al cuore. Mi voltai di scatto. Un ragazzo straniero chiedeva una semplice informazione a una commessa. Delusione… Paura… Ansia… Sensazioni contrastanti si impossessarono di tutto il mio essere. Le gambe iniziarono a tremarmi. Riposi il libro appena prelevato dallo scaffale e con un nodo alla gola, presi di corsa la via d’uscita. Incrociai l’area dedicata alla fotografia… Chiusi d’istinto gli occhi per non vedere, per non ricordare… Era una persecuzione…
Mi sentivo disperatamente sola. Tutto mi parlava di lui. Forse sarebbe stato meglio prendersi una vacanza, meglio se con Ema per ricucire il rapporto e allontanarmi definitivamente da Andrea, dal suo ricordo.
Camminavo a testa bassa assorta nei miei pensieri, quando mi sentii afferrare per un braccio. Era Maria!
–Piccola Pamela!
Mi abbracciò forte. Sentii in quella stretta qualcosa di familiare. La sentii veramente amica e questa sua dolcezza mi strinse il cuore, mi sciolse a tal punto che non riuscii a trattenere le lacrime.
–Oh mio Dio! È l’ o siamo proprio esaurite?
Maria non era cambiata, era la Maria dei racconti di Andrea, quella che riusciva sempre e comunque a far filtrare un raggio di sole dove il buio sembrava aver preso il sopravvento.
– Caffé?
Non risposi continuando a singhiozzare come una bambina a cui hanno sottratto prepotentemente il pupazzo preferito, l’inseparabile compagno di notti serene.
–Non è una domanda è un ordine!
Mi prese a braccetto e mi spinse dentro a un bar. Ci sedemmo a un tavolino. Restammo a lungo in silenzio per poi iniziare a parlare del più e del meno, ma non subito di Andrea. Forse si aspettava che fossi io a fare il primo passo e in realtà morivo dalla voglia di sapere. L’orgoglio, però, prese il sopravvento.
Fu Maria a toccare per prima il terreno minato: –Ti manca?
Impossibile negare ma ci provai a modo mio: –Non lo so…
–Riformulo la domanda: pensi di poter stare ancora senza di lui, di poterci vivere senza?
– Bhé sì…
–Con vivere intendo vivere non sopravvivere…
–Sì.. – risposi con poca convinzione, abbassando lo sguardo.
Non ero sincera e Maria lo sapeva.
–Senti forse è meglio che ne parliamo con calma e in un altro momento. Oggi sono di fretta, ho un appuntamento dall’estetista e per me non è cosa facile la depilazione… eh… Se ti lascio il numero, mi chiami?
–Ok!
–Andrea settimana prossima sarà via per una decina di giorni, a Bologna per lavoro e se ti va puoi venire a trovarmi.
–Non so se sono pronta ad entrare ancora in quella casa… e se poi lo ?
–Ti giuro che lì non ci sarà. Te lo giuro sul mio pisellone, per quello che conta! Ma fino a quando c’è è pure sempre roba mia… no?
Ci salutammo, non prima di aver annotato il suo numero accettando, così, la sua proposta. Mi rendevo conto che poteva essere pericoloso ritornare là dov’era iniziato tutto, ma non sapevo se sarei riuscita a deludere Maria, ero troppo fragile, debole e sentivo che il suo sostegno mi avrebbe potuta aiutare. Non avevo amiche al di fuori di lei.

12.

Cercai per tutto il resto della giornata di non pensare a Maria, né ad Andrea, tenendo la mente occupata con letture che non mi facessero perdere il contatto con la realtà, come invece succedeva con i “poetastri”.
Il tramonto e il valium mi trascinarono in un sonno profondo, agitato, caotico.
L’indomani mi vidi con Ema per la prima volta, dopo giorni. Mi subii una serata atroce in cui lui cercò in tutti i modi di farmi sentire in colpa. Non riuscivo a vedere del male in quello che avevo fatto ma annuivo fingendo un rassegnato pentimento. Mi sembrava di essere un’estranea, di aleggiare sopra il mio senza prenderne concretamente possesso. Era come se mi guardassi con indifferenza dall’alto essere scopata nel solito parcheggio per i soliti cinque minuti, senza baci né carezze. Ero tornata ad essere la più debole. Non avevo più da chi tornare vincente.
Trascorse un’altra settimana. Mandai qualche messaggio a Maria avvertendola che non sarei passata da lei. Non che non mi fidassi della sua promessa… Forse, però, il problema era proprio il fatto di entrare in quella casa senza di lui. Eravamo stati così bene insieme fra quelle quattro mura, io e il mio ex
Non stavo bene, non avevo appetito. Sentivo lo stomaco ribellarsi ad ogni boccone di cibo ingurgitato. Era possibile che avessi perso fino a questo punto il controllo del mio ? Il mio … Fu una sera a cena con i miei ed Ema, fra una frase di circostanza e l’altra, che mi venne un dubbio: il ciclo! Con tutto quello che mi era successo in quell’ultimo mese, avevo perso il conto dei giorni. Ero però sicuramente in ritardo.
Feci passare qualche giorno divorata dal dubbio. Nausee e improvvisi giramenti di testa non facevano che alimentare le mie paure.
Mi decisi ad acquistare in farmacia un test di gravidanza. Di lì a poco avrei avuto una risposta… negativa?… positiva?… Fui colta dal panico. Non avevo il coraggio di fare tutto da sola, ero confusa, nervosa… Chiamai Maria accennandole la cosa e facendole promettere di mantenere il più assoluto riserbo. Decisi di andare da lei per la prova del nove. Andrea era ancora Bologna e io in quel momento, avevo bisogno di Maria più che di qualsiasi altra persona.
Il tempo che trascorsi sul tram passò velocemente. Non pensai a niente concentrandomi sulle strane sensazioni dettate dal mio : qualcosa dentro di me stava cambiando o forse era solo suggestione. Arrivai alla fermata. Qui Andrea era accorso in mio aiuto quando stavo male. Come potevo essermi sbagliata sul suo conto fino a quel punto? Come potevo essermi innamorata di un bugiardo pervertito? Maria mi aprì subito al primo squillo. Mi trascinò in casa. Estrassi il test intonso dalla mia Furla, regalo di Ema per suggellare il mio ritorno alla normalità. Non feci in tempo a fiatare.
– Tesoro, chiuditi in bagno e fai questo test e poi esci…e poi… e poi controlliamo insieme… ok?
–Sì ma ho bisogno di tranquillità! – risposi catapultandomi in bagno e richiudendo la porta alle mie spalle.
Nonostante mi tremassero le mani, riuscii ad estrarre il test dal contenitore e dopo aver dato una rapida lettura al foglietto illustrativo, ne seguii le istruzioni.
Uscii a testa bassa.
Dopo cinque minuti di trepidante e silenziosa attesa, io e Maria, rientrammo in bagno insieme.
Una rapida occhiata: POSITIVO!
–Mio Dio… – esclamai accovacciandomi con la testa fra le mani, china quasi a sfiorare l’asse del water.
–Vieni su principessa – disse Maria tirandomi delicatamente per un braccio – almeno suicidati in salotto o in terrazzo e non sulla tazza del cesso!
La seguii, tolsi le scarpe e mi sdraiai sul divano. Dopo una mezzora di silenzio e di immobilità totale, con gli occhi di Maria costantemente puntati su di me, trovai la forza di ripetere: –Mio Dio!
–Diventerò zia! – esultò Maria.
Mi alzai. Iniziai a camminare a nudi scuotendo la testa e urlando: –No, no, no!
Il mio nervosismo stava contagiando Maria che, preoccupata, mi chiese: –Cosa no?
–Non è possibile!
– È di Andrea o dell’altro?
Mentii a Maria ma non a me stessa: – Dell’altro, dell’altro…
Si avvicinò a me e prendendomi il viso fra le mani, proseguì: –Sincera… di chi è il bambino?
Non avevo più la forza di fingere e cedetti: –Ok Maria… è di Andrea ma non deve sapere.. ok? Me lo prometti?
–Tu sei pazza! Aspetti un figlio dall’uomo che ami e vuoi nasconderglielo?
–Che futuro avrei, che futuro avrebbe un bambino con… – ancora una volta non trovavo le parole per proseguire.
–Con un frocio? Andrea non è un frocio! E anche se fosse?
Rimasi in silenzio ad ascoltarla.
–Pamela, cosa contano i gusti sessuali quando c’è l’? Bisex, trans, gay, feticista, sado-masochista… Quante volte nelle tue fantasie sei entrata almeno una volta a far parte di una di queste “categorie”, se non di tutte? L’ può essere catalogato secondo te? Può avere etichette l’?
Mi divincolai dalla mano di Maria che nel frattempo mi aveva afferrato il braccio, quasi intuisse il mio imminente tentativo di fuga dettato dal di scappare lontano, spaventata dall’inconfutabile verità di quelle parole.
–Maria vado.. ti chiamo domani.
Cercò di trattenermi sbarrandomi la strada con una sedia.
–Ho bisogno di aria… Maria ti prego… lasciami andare!
Acconsentì contrariata lasciandomi via libera.
Le sue ultime parole prima di chiudere la porta a chiave e darmi l’arrivederci all’indomani furono: –Pensaci stanotte… Può avere etichette l’?
Tornai alla fermata del tram. Il caos regnava nella mia testa mentre sentivo il mio in subbuglio protestare e chiedermi riposo. Pensai che forse sarebbe stato più facile far credere a Ema di essere il padre. La cosa sarebbe risultata più accettabile per tutti. Per tutti, anche per il notaio… non gli conveniva puntare i contro di me… il vecchio porco… O forse se avessi abortito, allora non avrei creato alcun tipo di problema a nessuno. No… nonostante tutto fosse così difficile e inaspettato, sentivo di amare l’esserino che era dentro di me. No! In qualche modo avrei dato a questo bambino una famiglia, una famiglia normale. Ma cos’è poi la normalità? E può esistere una famiglia normale senza ? E poi cos’è l’? Può avere etichette l’?
Domande, perché, punti interrogativi affollavano la mia mente accompagnandomi nel più difficile breve viaggio della mia vita.

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16
Apr

Alla fermata - Cap. 9/10

Posted in Racconti erotici  by Pamela

9.

Aprii gli occhi. Un mal di testa devastante venne a darmi il buongiorno. Mi infilai d’istinto sotto le coperte. Dovevo assolutamente bere un sorso d’acqua.
– Andre… Andre…
Mi sollevai di scatto girandomi verso il posto occupato poche ore prima da Andrea: vuoto. Ero sola. Diedi una rapida occhiata alla stanza. Di lui non c’era traccia e neanche di un goccio d’acqua. Decisi di evitare la disidratazione e di mettermi immediatamente alla ricerca del mio uomo e di un analgesico. Mi alzai dal letto a fatica. Una volta in , afferrai una delle tante felpe ammucchiate sulla sedia a me più vicina. Mia madre sarebbe morta dalla paura alla vista di tanto disordine. Ema avrebbe avuto una crisi isterica. È proprio vero che chi ostenta una maniacale perfezione, spesso, fa della sua vita, e di conseguenza in quella di chi gli sta accanto, un gran casino.
Uscii dalla camera e tenendomi la testa fra le mani, mugugnai, come se attraverso una debole vibrazione delle corde vocali, potessi scacciare la scarica di mitragliate che teneva sotto assedio la mia corteccia celebrale.
Maria era lì ad aspettarmi.
–Ehi… di leoni, la mattina coglioni! Ti sto preparando un pranzetto! Sei pronta a metter su etti?
Mi posi una mano davanti alla bocca contorta in una smorfia di disgusto. Il viso di Maria si rabbuiò improvvisamente.
Capii che avrei potuto deluderla rifiutando la sua offerta e decisi di mentire: –Wow! Ho una fame…!
–Bene! È la miglior ricetta del Manuale di Nonna Papera… Sai l’ho trafugato alla mia cuginetta.
–Ma dai..!
Non dovevo ridere. Sarebbe stata una prova troppo difficile per la mia testa.
–Maria…
–Dimmi…
–Un moment…un aulin, un’aspirina, qualcosa per la mia testa ti prego!
– Ok bella!
Maria si mise alla ricerca di un analgesico. Nel frattempo, con lo sguardo cercavo Andrea in terrazzo.
–Sai Pam, ti dona la felpa di Andrea. Certo che se fosse meno stropicciata… Non pensare che io ogni tanto non stiri anche per lui. Lo faccio! Ma cara mia è troppo incasinato l’uomo tuo! Certo cara che se sei donna e anche bella puoi metterti quello che vuoi, anche una felpa sgualcita che sei comunque sensuale… sexi… invitante… appetitosa come un buon piatto di pasta.
Le sue parole tradivano un velo di tristezza. Mi avvicinai a lei e le schioccai un bacio sulla guancia. Ingurgitai la pastiglia con avidità, facendola seguire da un bicchiere colmo di acqua.
Restai a lungo ad osservare Maria alle prese con i fornelli.
–Come siamo silenziose… – disse voltandosi di scatto verso di me con fare sospettoso.
–Ti guardo. Sei bella Maria. Soprattutto mentre cucini.
Un sorriso le illuminò il viso.
–Dai! Così mi fai arrossire… Ma dici?
–Giuro! – ribattei.
–Allora sai cosa faccio?
–Cosa? Dimmi!
–Quando trovo il fidanzato mi faccio trovare in guepière ai fornelli!
–Maria…
–Dimmi…
Non proseguii colta dal timore di rendermi ridicola nel chiedere dove fosse Andrea.
–Allora..?
Mi decisi: –Ma Andrea?
–Al lavoro!
Improvvisamente mi resi conto di non sapere che lavoro facesse Andrea. Provai un leggero imbarazzo.
–Fa il fotografo… Non lo sapevi, vero? Bhé si vede che avevate di meglio da fare … porcellini!
Ero curiosa e decisi di farmi dire di più.
–Che tipo di fotografo?
–Fatti mostrare le sue foto quando torna. Sono stupende. Andrea non coglie il bello, lo crea… lo fa uscire dalle cose apparentemente insignificanti.
Era questa l’essenza di Andrea?
–Allora sarà per quello che è solo da quando l’ho incontrato che mi sento bellissima.
–Ah… come sei dolce ma basta… Non farmi piangere, mi si scioglie il trucco! Poi me lo ricompri tu il fondotinta compatto di Dior… mmmh!
Pranzammo da sole io e Maria.
Maria una volta si chiamava Matteo. Adesso Matteo non esisteva più. L’aveva lasciata e ora lei si sentiva più libera. Le facevano male i giudizi degli altri, i commenti e i sorrisi ironici della gente per strada. Sarebbe stata solo questione di tempo. Forse un giorno si sarebbe operata. Forse se avesse trovato l’uomo giusto. Per ora quel coso fra le gambe non lo sentiva come un peso ma piuttosto come una parte di se stessa.
Ingoiavo lentamente piccoli bocconi di cibo.
–Non hai più fame piccola? O la pasta faceva così schifo?
–Ti stavo ascoltando… ma…. Maria, pensi che tra me e lui sia ?
–Tu cosa senti?
–Non sento di dirgli ti amo ma quello che provo per lui è comunque forte, intenso…
– L’ non si dice si respira. Chi dice ti amo spesso lo dice solo per riempire i silenzi.
–Come i miei genitori…
A quelle parole, mi resi conto che non avevo ancora chiamato i miei. Decisi di provvedere.
–Maria posso fare una telefonata?
–Neanche da chiedere… mi casa es tu casa… il telefono è laggiù… fai pure.
Rispose mio padre: –Pamela? Dove sei?
–Silvia ha fatto un incidente. Niente di grave, un tamponamento. Resto con lei.
–Ah d’accordo. Potevi avvertirci prima però!
–Scusami.
–Salutami il padre di Silvia… mi raccomando.
–Sarà fatto!
Tirai un sospiro di sollievo.
–Ottima performance Miss!
Andrea… Appoggiò le borse da lavoro e si precipitò ad abbracciarmi.
– L’! – esclamò teatralmente Maria – Me ne vado in terrazzo ciccini a godermi un po’ di sole.
Restammo soli.
–Allora sei un fotografo… Perché non mi fai vedere qualcosa? Dai!
–Fai la bambina capricciosa… – mi schernì stringendomi più forte a sé. – Ma io non ti accontento. Non prima di aver avuto quello che voglio…
Ci precipitammo in camera sopraffatti dal . Andrea mi fece sedere sulle sue ginocchia. Portò le sue dita alla mia bocca. Le leccai avidamente, come fossero un dolce succulento e proibito. Mi prese per la vita accompagnandomi a terra. A quattro zampe sul parquet, le sue dita umide e calde scivolarono dove nessuno prima aveva mai osato.
–Ti piace miss?
Annuii, incapace di emettere alcun suono. Le sue dita si muovevano su e giù nel mio segreto e io lo volevo tutto. Volevo dargli qualcosa che nessun altro mai aveva avuto.
–Ti voglio così… ti prego…
–Sicura?
–Ti prego…– lo implorai.
Mi girò su un fianco. Lo sentii spingere. Sussultai. Mi faceva male ma volevo continuasse.
–Rilassati ora. Fidati miss…
E io mi fidavo… Mi fidai anche allora, quando dolcemente mi penetrò. Presto il dolore svanì lasciando spazio al piacere. Mi bagnai. I nostri movimenti erano naturali e dolci. E anche in quel momento, ne ero certa, le nostre anime si stavano parlando.
Venni intensamente toccandomi nel momento in cui mi inondò del suo sperma.
Era la nostra prima volta…e io ero euforica e affamata.
–Ho fame!
– Di me…miss sei insaziabile!
–Cretino! Ho proprio fame! Una fame che neanche ti puoi immaginare!
Uscimmo dal nostro rifugio.
Maria non c’era.
– L’abbiamo fatta scappare?
– No no… di solito se ne va e mi lascia i piatti da infilare nella lavastoviglie. Odia farlo, dice che si spacca tutte le unghie. Caffé?
–Sì… – risposi con una smorfia da cerbiatta innamorata.
Andrea mi soffiò un bacio. Feci finta di catturarlo con la mano e portarmelo al cuore. È proprio vero, gli innamorati, stupidamente sereni, colmi di gioia e tenerezza, si comportano come bambini in cerca di attenzioni.
Passammo il resto del pomeriggio in terrazzo. Fra le sue braccia mi sentivo sicura. Mi sembrava di conoscerlo da una vita mentre iniziavo solo allora a conoscere me stessa. Parlammo a lungo. Parlai di me, della mia vita, della mia famiglia, di Emanuele, di come questi controllassero la mia vita, il mio , la mia mente. Ora sì, mi sentivo viva, libera, finalmente padrona di me stessa.
Il terrazzo dava su una strada trafficata come tante a , anche se quella aveva un non so che di speciale. Il rombo dei motori, il suono dei clacson si mescolavano alla sua voce. Non mi stancavo di ammirare i suoi grandi occhi azzurri, di registrare in modo indelebile ogni espressione del suo viso, di fremere dal ogni volta che distrattamente si mordicchiava il labbro inferiore.
Sarei stata sempre così felice o qualcosa o qualcuno avrebbe un giorno rovinato tutto? Qualcuno? No… Allontanai i fantasmi. Aveva ragione Andrea: non si può essere gelosi del nulla. Con gli altri sarebbe stato solo , fra noi simbiosi, , quello con la A maiuscola, quello che nasce dall’anima, quello cantato dai poeti.
Restammo a lungo avvinghiati l’uno all’altra a farci riscaldare dai nostri corpi e dal primo sole primaverile.

10.

–Mi fai vedere i tuoi lavori?
–Davvero vuoi vederli?
–Dai…
Il viso di Andrea si era illuminato con la stessa intensità di quando facevamo l’. Capii, così, che mi stava facendo entrare in una parte molto importante della sua vita.
Si diresse a passi rapidi verso la sua camera. Ero impaziente di vedere le sue creazioni.
Tornò pochi minuti dopo con un paio di grossi album.
–Questi sono alcuni dei miei lavori, due book, sono i più importanti, quelli a cui sono più intimamente legato. È un lavoro speciale il mio, sai miss… Tu cosa vorresti fare da grande?
Rimasi in silenzio. Avevo dei veri progetti? Un obiettivo? Avevo studiato passivamente per anni, mi ero preparata con impegno in previsione di cosa? Volevo davvero fare quello per cui ero stata formata? Cosa avrei potuto fare? Maneggiare bilanci, portare avanti progetti, fare reddito, fare soldi… Era quello che volevo veramente fare? No… forse no, questo è quello che volevano gli altri da me ma non quello che volevo io.
–In questa nuova vita ancora non so… forse l’attrice? Forse scrittrice? – risposi istintivamente.
–Sai cosa diceva un certo Vivant Denon nel lontano ‘700?
–Cosa?
–I desideri si riproducono attraverso le loro immagini…. Sono i desideri che amo catturare.
– Cos’è per te un Andrea?
può essere un panino quando hai fame, un bicchiere di acqua quando hai sete, un letto quando hai sonno, un quando lo vuoi possedere… La pubblicità… cos’è la pubblicità in sostanza? Ti può eccitare, divertire, disgustare, farti incazzare ma è impossibile che ti lasci completamente indifferente. La pubblicità va a stimolare la nostra vanità, i nostri desideri spesso inconfessabili ma comunque facilmente prevedibili. La pubblicità si gioca soprattutto sull’immagine. I miei lavori piacciono ai pubblicitari ma ancora non sfondano. Ho fiducia, però, sai… Credo in me e credo nel mio metodo.
–Quale sarebbe il tuo metodo?
–Cerco di ritrarre le persone, i loro desideri e faccio in modo che anche gli altri li comprendano, li facciano propri… Spesso ritraggo soggetti che hanno come unico se stessi e faccio in modo che così come sono diventino a loro volta oggetto di . Raramente si tratta di uomini e bellissimi. Spesso, infatti, è gente normale che potresti incontrare all’angolo della strada ogni giorno ma che dietro una macchina fotografica diventano qualcun’altro, forse appunto qualcuno che desidererebbero essere.
Ero ancora più curiosa di vedere le sue creazioni, di entrare nei suoi desideri, nel suo mondo…
– Fammele vedere!
–Iniziamo con queste. Le altre sono in studio. Se vuoi domani ti ci porto.
–Sì dai… ora mostrami queste.
Si sedette accanto a me passando in rassegna le foto che componevano il primo album. Mi osservava ansiosamente cercando di indovinare il mo giudizio. Non potevo che esprimere una totale ammirazione. Era come se potessi sfiorare quei corpi, palpeggiare le pieghe degli abiti, toccare gli oggetti che ne facevano da contorno. Tutto emanava sensualità, passione, vitalità, libertà.
Mi accorsi che in molte foto il soggetto era il medesimo: un ragazzo bellissimo dai lunghi biondi, occhi grandi e azzurri, lineamenti dolci. Una figura eterea, sovraumana.
–Che bello, sembra un angelo… – pronunciai queste parole senza distogliere lo sguardo dalle immagini che avevano catturato completamente la mia attenzione.
– È un angelo… Il mio angelo biondo… – aggiunse con voce tremante.
–Il mio…? – lo interruppi.
Sollevai lo sguardo e vidi il volto di Andrea contorto nell’atto di respingere una lacrima traditrice, rivelatrice di un dolore recente, ancora vivo. I suoi occhi lucidi si fissarono nei miei, incerti, spaventati come se uno spettro si fosse materializzato davanti a lui, fra noi.
–Andrea… chi è questo ragazzo? Cosa rappresenta per te?
Silenzio.
–Andrea cazzo rispondimi!
Richiusi il book. Il cuore iniziò a battermi forte. Il petto sembrava sul punto di scoppiare. Le mani tremavano. Era come se avessi intuito che da lì a poco sarebbe successo qualcosa che non sarei stata capace di controllare.
–Andrea… – gli afferrai la mano strattonandolo.
Strinse la mia mano con forza, quasi per prendere coraggio.
–Era il mio ex…
Restai a bocca aperta. Mi divincolai dalla sua presa e mi alzai in . Iniziai a camminare da una parte all’altra della stanza. Non pensavo a niente o forse pensavo a troppe cose contemporaneamente. Mi sembrava di essere stata catapultata nel bel mezzo di un incubo. Forse se mi fossi presa a sberle mi sarei risvegliata… Com’era possibile, che storia era questa! Ex… ex di chi, di cosa, quando?
Non fu una sberla a riportarmi alla realtà, fu Andrea, la sua voce, a mala pena udibile, soffocata nel disperato tentativo di tranquillizzarmi offrendomi una giustificazione: –Miss lascia che io ti spieghi… ti prego…
Cercò di prendermi la mano ma io mi allontanai.
–Parla ma non avvicinarti! – gli intimai rabbiosamente.
– L’ho amato…
–Ma è… è… – balbettavo non riuscivo a pronunciare quella parola – un…
–Un uomo, bhé allora? Tutto qui? Qual è il problema?
–Qual è il problema? – stavo urlando, sbraitando, ero fuori di me – Tutte le belle parole sull’anima e la persona con la P maiuscola, io e te, tu e io…!
Ero fuori di me.
–Lo penso davvero. Io e te siamo davvero…
Lo interruppi: –Basta! Mi fai schifo!
–Ti faccio schifo perché? Perché ho avuto una storia con un uomo? È passato… Un doloroso passato ma è passato… Credimi Pam, devi credermi cazzo!
Per la prima volta, non riuscivo ad avere fiducia in lui.
–Per quello che ne so io, potresti vederlo ancora….
Lo guardai prendersi il viso fra le mani. Volevo che patisse anche solo la metà della sofferenza che stava lacerando il mio cuore. Era come se un boia si stesse divertendo a passarmi il coltello nelle ferite da lui stesso impietosamente arrecate e più urlavo basta , più lui affondava la lama.
–Io me ne vado!
Cercai le mie cose sparse qua e là per la casa. L’agitazione, però, mi impediva i movimenti e annullava ogni residuo di razionalità.
–Non sarebbe più possibile… Non c’è più… È morto Pam… Morto…
Continuò senza che io gli chiedessi niente, spinto forse dalla necessità di darmi ulteriori spiegazioni o semplicemente dal di espiare, sfogare il dolore: – Troppo fragile, troppo sballo. Le droghe sono veleno per le persone fragili…
–Con quanti uomini sei stato?
Non volevo sapere altro, volevo i fatti, delle parole non me ne poteva fregare di meno, non più, non in quel momento, non dopo quella terribile e inaccettabile rivelazione.
–Cosa importa? Cosa cambierebbe fra noi?
–Importa eccome! Perché non me l’hai detto quando ci siamo conosciuti?
–Cosa avrei dovuto dirti?
–Qualcosa….
Andrea si alzò per piantarsi davanti a me e occhi negli occhi urlò: –Avresti voluto sentirti dire: “Ciao sono Andrea, sai sono bisessuale!”
–Non alzare la voce con me! Qui sono io quella che deve incazzarsi, non tu…
–Scusa. Dicevo… Era questo che volevi sentirti dire? – proseguì modulando il tono di voce nel tentativo di tranquillizzarmi, per non far degenerare la discussione.
–Sì sarebbe stato corretto…
–Ne sei convinta? Perché se ne sei convinta, è meglio che inizi a pensare con la tua testa e non con quella degli altri…Miss…
–Mi hai rotto le palle! Io non sono la tua miss! Chiaro?
Si avvicinò pericolosamente a me.
– Guardami negli occhi… guardami! – mi intimò.
Cercò di prendermi il braccio, di portarmi verso di lui ma lo respinsi di nuovo.
–Io lo amavo, non ho mai amato nessun altro come lui fino a quando non ho trovato te. Mi hai salvato dal vuoto, mi hai fatto riscoprire l’
Le sue parole non mi toccavano più o forse sì… Provavo odio, schifo, ribrezzo! Lo volevo lontano chilometri e chilometri da me. Maledissi il giorno in cui su quel tram, ricambiai il suo sorriso.
–Non ti credo, sei un pervertito! Io me ne vado!
Cercò invano di trattenermi. Non volevo guardarlo negli occhi: incontrare il suo sguardo forse mi avrebbe trattenuta e non potevo permettermelo.
–Pensa con la tua testa, cazzo! Se io fossi stato una donna o un trans, mi avresti amato lo stesso… ne sono certo.
–Vai a fare in culo! – urlai con tutto il fiato che avevo in gola.
Me ne andai sbattendo la porta. Non sarei mai più tornata in quel bordello… mai più!
Per le scale mi imbattei in Maria di ritorno con strabordanti borse della spesa.
–Stellina cos’è successo? Dove te ne vai in questo stato?
Mi accorsi allora di aver dimenticato il cellulare.
– Lascia stare… Solo, ti prego puoi salire a prendermi il cellulare? L’ho dimenticato da qualche parte, forse sul tavolo…
–Ok. Tu aspetta qui…
Tornò dopo cinque minuti.
– Pam sali parlate…
L’abbracciai forte. Volevo lasciarmi indietro Andrea e il suo mondo e purtroppo anche Maria ne faceva parte.
–Ciao Maria grazie di tutto. Addio!
Corsi senza mai voltarmi alla fermata. Le lacrime iniziarono a solcarmi le guance e poi a scorrere come acqua piovana, senza che neanche me ne accorgessi. Il mio , ingestibile specchio del mio cuore, soffriva senza che ne avessi coscienza. Mi muovevo come un automa. Salii sul tram, estrassi il biglietto, timbrai, mi sedetti… Ero osservata. Sentivo gli sguardi curiosi della gente come aghi conficcati nella pelle. E così mi ricordai di Maria, del disagio provato nell’essere continuamente additata per strada come “diversa”.
L’immagine di Andrea mano nella mano con “il suo angelo” venne ad affacciarsi ripetutamente alla mia mente. Cercavo di respingerla, invano. Dio cosa mi era successo? Cosa ne era stato della mia vita tranquilla? Del mio status di figlia e fidanzata modello? Ed Ema? Sarei stata capace di ricucire il rapporto con lui e la sua famiglia? Sarebbe tutto tornato come una volta. Come prima… Questo doveva essere il mio obiettivo : come prima. Come prima? Ma poteva ancora essere come prima? Qualcosa di irreversibile com’è l’ poteva farsi cancellare così?
Dovevo smettere di farneticare, di fantasticare. Doveva assolutamente finire tutto lì.

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16
Apr

Alla fermata - Cap. 7/8

Posted in Racconti erotici  by Pamela

7.

Pagai la corsa lasciando il resto al taxista. Chiusi sbattendo con forza la portiera e incurante delle legittime proteste del conducente, corsi ad Andrea che era lì ad aspettarmi. Lo strinsi forte. Il suo abbraccio mi placò. Non me ne sarei mai andata, almeno fino a che lui non mi avesse mandata via.
La casa era vuota. La osservai con particolare attenzione. Non vi trovai alcuna ostentazione di ricchezza ma solo semplicità. La scelta di uno stile minimalista avvolto in colori caldi ne faceva il rifugio ideale, il nido in cui sprofondare ogni negatività. Mi sentivo finalmente rilassata, completamente a mio agio.
Eravamo soli. Mi accompagnò sul terrazzo dove quello stesso giorno vidi per la prima volta la sua coinquilina. Fui colta da un’improvvisa , uno stupido senso di possesso. Stupido e ingiustificato. Chi ero io per lui? Come condannare una sua eventuale storia con Maria? Io ero appena arrivata e chissà lei da quanto…. Cercai di soffocare questi pensieri per non dare nell’occhio e non dover trovarmi costretta a rivelarli, ridicolizzandomi. Andrea, però, sembrò leggermi dentro e abbozzando un sorriso mi domandò: –Miss… Che c’è?
–Possiamo non iniziare il discorso… Ti prego. – risposi abbassando lo sguardo.
– D’accordo… – accettò senza insistere – Com’è andata la serata?
Morivo dalla voglia di raccontargli tutto: dell’umiliazione fatta subire a Ema e soprattutto del vecchio. Terminato il racconto, non vidi in lui il benché minimo turbamento, il che mi stupì. Mi chiesi come potesse non arrabbiarsi. Avevo avuto un rapporto sessuale con il mio fidanzato e una con il mio pseudo-suocero! Mi trovavo di fronte ad un insensibile perverso?
Il mio silenzio parlò per me. Andrea parlò per tutti e due: – Cancella le seghe mentali che ti stai facendo, miss, tu mi appartieni e io ti appartengo. Con gli altri è , con me no. Loro hanno il tuo , io ho la tua anima.
Gli afferrai la mano che mi stava accarezzando dolcemente i e la feci scendere lentamente chiudendola in mezzo alle cosce, serrandole con forza.
–Vuoi sapere cosa ho provato?
Annuì. Gli dissi di quanto mi facesse schifo la lingua bavosa del notaio ma anche di quanto mi sentissi potente con il sedere su quella lussuosa scrivania e con migliaia di euro di impianti immersi nel mio umore.
Le dita di Andrea si insinuarono sotto la gonna, nelle mie mutandine, per muoversi ritmicamente con i miei gemiti.
–Miss sei fantastica, avrei voluto esserci… Cosa mi sono perso…
–Scopami scopami! – lo implorai.
–Cosa faresti per me principessa? – mi chiese spingendo sempre più dentro al mio le sue dita.
Ero in estasi e davvero avrei fatto qualunque cosa in quel momento.
–Tutto, tutto…
–Urla miss urla..!
Eravamo in terrazzo. Mi avrebbero certamente sentita. Qualcuno sarebbe arrivato e avrebbe insistito perché lo facessi scopare. Solo Andrea, però, poteva farlo e all’altro non restava che guardare e masturbarsi. Lo resi partecipe della mia idea perversa.
–E se mi faccio scopare io da lui?
I nostri vestiti scivolarono a terra mentre la nostra fantasia galoppava all’unisono e non sapevo se ero pronta ad un’esperienza così forte, anche se solo sognata, immaginata, fantasticata.
–Miss hai detto che faresti tutto per me… – disse penetrandomi.
Risposi gemendo e dimenandomi sotto il suo peso: –Tutto!
–E allora apri la tua mente e con lei il tuo
Allentai le redini dei miei pensieri e sciogliendo la lingua, gli sussurrai all’orecchio: –Sì fatti scopare da lui.. sì dai…
Andrea era eccitatissimo. L’idea di due corpi maschili uno dentro l’altro mi faceva impazzire dal piacere. L’orgasmo che ne scaturì fu incredibilmente intenso. Con Andrea avevo imparato a liberare nella parola ogni pensiero nascosto. Mi sentivo finalmente libera e vera.
Restai stretta a lui godendo del del fra due persone che sono una cosa sola. “Una sorta di degli angeli…” – pensai. Risi di quell’assurda e stravagante idea.
–Perché ridi? – mi domandò Andrea.
Cambiai discorso: –Di te non mi hai mai detto niente…
– C’è poco da dire sai… Quello che vedi è quello che sono. A proposito, come mi vedi?
Sgranai gli occhi: –In che senso come ti vedo?
–Chi sono io? Che tipo sono?
I suoi occhi erano azzurri, bellissimi, dolcissimi ed erano lì a sorridermi fissi nei miei.
–Andrea. Sei come me.
–E come sei tu?
–Come te. Tu sei dolce, leale ma sai essere anche vendicativo e cattivo con chi ti fa del male.
–O chi ne fa a te, miss…
Scoppiai nuovamente a ridere. –Vuoi sapere perché rido?
Annuì.
–Perché non mi accontento, devi dirmi di più.
–Ai suoi ordini! Cosa vuole sapere?
–Qualcosa sulla tua famiglia per esempio.
Seguì un silenzio imbarazzante come mai ce n’erano stati fra di noi. Temetti di aver toccato un punto dolente, una ferita aperta.
Cercai di scusarmi: –Io, no… non volevo…scusa ma….
–Non ti preoccupare. Solo che ho poco da dire. Sono cresciuto in collegio dalle suore e nei con i miei nonni materni. Mia madre è morta quando avevo tre anni e mio padre… mio padre… boh… non so neanche chi sia… Nessuno me ne ha mai parlato. Non ho sue foto né alcun elemento che possa portarmi a lui, alla sua identità. Non che io me ne servirei, no, meglio evitare, meglio non sapere.
Aveva condensato in poche parole anni di sofferenze.
–Scusa non volevo essere indiscreta… solo che…
Non mi fece finire: –Miss io credo in te. Non scusarti per niente e chiedimi quello che vuoi. Per quanto doloroso, fastidioso, io ti risponderò e sempre in tutta sincerità.
Lo abbracciai. Con dolcezza mi appoggiò le labbra sul collo. La passione non tardò a travolgerci nuovamente. Restò dentro di me per quasi un’ora muovendosi lentamente, fermandosi per baciarmi in ogni parte del viso e parlarmi di qualsiasi cosa gli venisse in mente. Non ci importava di niente e di nessun altro. Eravamo solo noi. Noi ci sentivamo il mondo.
Eravamo ancora incastrati uno dentro l’altra, quando improvvisamente la luce si accese illuminando una figura femminile.
Andrea sbarrò gli occhi esclamando con sorpresa: –Maria!
–Maria! – ripetei io.
Maria aprì la porta finestra comunicante con il terrazzo.
–Scusate!
Senza alcun imbarazzo, si avvicinò e mi porse la mano.
–Pamela vero? Finalmente! Piacere Maria. Tolgo il disturbo cari. Ciao ciao!!
Rimasi a bocca aperta e senza parole. Andrea rideva tenendosi una mano sulla pancia.
–Andrea… ma… ma la t… tua coinquilina è un… un…– balbettai.
–Una transessuale.. sì!
Scoppiai a ridere.
–Ma… e io che ero gelosa di un travestito!
– È comunque una donna, non credi? Sei ciò che ti senti di essere…
Mi staccai da lui. Mi infilai gli slip e il reggiseno e mi misi prona seguendo con lo sguardo Maria muoversi da un angolo all’altro della casa rapidamente, aprendo e chiudendo i cassetti, all’apparente ricerca di qualcosa.
Un colpo di tosse mi distolse da quella pittoresca visione. Mi voltai. Andrea mi stava osservando, la testa appoggiata allo schienale della sedia a dondolo e un gran sorriso. Ma era nudo, nudo, completamente nudo! Mi chiesi come mai non si fosse ancora vestito. Che tipo di rapporto poteva esserci tra di loro se si permettevano certe confidenze?
–Miss, stai pensando cose brutte di me?
Buttai un’ennesima occhiata a Maria intenta ora a preparare il tavolo per qualcuno che probabilmente sarebbe arrivato di lì a poco. Stranamente mi ispirava fiducia. Alla fine come potevo dubitare di Andrea? E poi in fondo è vero: ognuno è ciò che si sente di essere. Appoggiai la testa sulle sue ginocchia, abbandonandomi in un totale relax, facendomi accarezzare dolcemente dalle sue grandi mani. Chiusi le palpebre per godere ancora di più di quel beneficio.
La voce di Maria, però, mi fece sobbalzare: –Romeo e Giulietta, mi lasciate casa libera entro mezzora o vi ricomponete e partecipate al party??
–Miss che vuoi fare? Se ti portassi fuori, al localino di un mio amico? Possiamo restare lì anche dopo la chiusura, se vuoi. È l’Atomic Bar, conosci?
–Di fama sì ma non ci sono mai stata. Che gente c’è?
–Libera…
Accettai la proposta.
Nel rivestirmi notai lo sguardo di Maria fisso su di me. Non capivo perché mi stesse guardando con così grande insistenza. Fu una volta abbandonato il terrazzo che capii, quando mi prese per la mano e facendomi ruotare su me stessa, quasi fossimo a un defilé di alta , esclamò: –Che bella, Pamela! Ora mi sono chiare molte cose…
Mi abbracciò e guardando Andrea finse lacrime di commozione.
–Benvenuta in casa nostra! Rimani quanto vuoi! Mi casa es tu casa! Non ricordo in quale film l’ho sentita… boh… Dio la vecchiaia!
Sgattaiolò via maledicendo i suoi neuroni in via di estinzione.
Mi ero sentita veramente a mio agio. Ed era vero: Maria con la sua dolcezza, la sua delicatezza, la sua sensualità, era donna, più donna di quanto lo fossero tante di mia conoscenza.
Aveva ragione Maria. Io ero bella. Io mi sentivo bella dentro, bella nell’anima, quell’anima che offrivo ad Andrea ogni volta che lui entrava dentro di me.

8.

Decidemmo di andare a fino al locale. Per tutto il tragitto non parlammo. Non fu un silenzio imbarazzante. Non servivano parole vuote, inutili e senza senso pronunciate tanto per parlare, per riempire un vuoto, per evitare il non dire. Erano le nostre anime a parlare per le nostre bocche. La mia urlava di felicità. La sua altrettanto, ne ero certa. I nostri occhi erano lo specchio di ciò che sentivamo l’uno per l’altra. Sorridevano i nostri occhi mentre le nostre mani si stringevano. Non c’era spazio. Non c’era tempo. Tutto era come in un sogno. Non saprei quantificare né i chilometri percorsi né i minuti impiegati per arrivare a destinazione.
– È chiuso… – constatai al nostro arrivo.
Dalla saracinesca abbassata traspariva una luce fioca. Un lieve mormorio e a basso volume provenivano dall’interno. Guardai perplessa Andrea prendere il telefono dalla tasca dei pantaloni, fare uno squillo e bussare. Qualcuno venne ad aprirci. Strinsi più forte la sua mano. Nonostante tutto ciò mi sembrasse losco, mi fidavo ciecamente di lui. Entrammo. Il locale era avvolto in una nuvola di fumo. Le luci calde e soffuse contribuivano a creare una atmosfera suggestiva resa ancora più marcata dalle immagini dipinte alle pareti, immagini forti: tacchi a spillo sorretti da caviglie affusolate immobilizzate da corde spesse. Erano immagini delicate, di estrema sensualità, per niente volgari. Tutto lì dentro aveva l’aria di essere un inno alla libertà.
Andrea mi presentò al proprietario, Tony, che seduto in fondo al locale, armeggiava con vecchi vinili dietro ad una consolle. Malgrado i lineamenti rozzi e il fisico corpulento, dai suoi movimenti scaturiva fascino. Se dovessi descriverlo in un aggettivo, la mia scelta cadrebbe su “magnetico”. Si alzò porgendomi con la mano che strinse con forza la mia: –Mettiti comoda cara. Siediti! Qualcosa da bere?
– Fai tu… – risposi timidamente.
–A tuo rischio e pericolo! Andrea posso far ubriacare la tua bella con le mie magiche pozioni?
Andrea allargò le braccia sorridendo.
–Miss ti va di unirti agli altri?
L’imbarazzo iniziale stava svanendo.
–Ok! – risposi senza esitazione.
Ci sedemmo con cinque o sei persone riunite attorno ad un tavolo rotondo. Uno ad uno si presentarono: Mirko, Paolo, Claudio, Davide e l’unica donna del gruppo, Giada. Li osservai con discrezione mentre sorseggiavo il mio drink. Mirko e Paolo si tenevano al margine dando l’aria di essere molto intimi. Il resto del gruppo parlava di tutto spaziando dalla letteratura, all’, alla politica.
Bevvi tutto il cocktail e ne accettai un secondo. Andrea mi stringeva di tanto in tanto la mano per assicurarsi che tutto andasse bene, che io mi sentissi a mio agio.
Giada si alzò dalla sedia mimando un sensuale passo di danza e venne ad accovacciarsi tra me e Andrea. Malgrado l’eccessiva magrezza accentuata dal colore dell’incarnato, talmente pallido da poter intravederne le vene, Giada era dotata di un’insolita sensuale . I suoi ricci di un rosso vivo così poco comune, disegnavano sulle esili spalle una linea irregolare che tanto ricordava le fatali di Klimt.
–Allora Andre? Tutto bene? Ti vedo bene… sì stai bene…
–Decisamente – rispose inclinando con un cenno di intesa il capo verso di me – e tu?
Giada fece spallucce.
– E come vuoi che vada? La solita merda, Andre, la solita grande merda…
Approfittai della sua presenza per chiedere a Tony dove fosse il bagno.
–Vi lascio un attimo… vado a fare pipì.
Una volta in , mi accorsi che l’alcol mi aveva stordita. Non avrei dovuto accettare il secondo cocktail.
Mi appoggiai alla spalla di Andrea ridendo.
–Ecco non mi ricordo già più da che parte devo andare…
Giada si offrì di accompagnarmi: – Vieni con me tanto anch’io devo fare pipì.
La seguii cercando di non sbandare. Non volevo che gli amici di Andrea notassero quanto poco reggessi l’alcol. Era come se non fossi completamente padrona del mio . Entrai da sola in bagno. Giada mi stava aspettando fuori dalla porta.
–Ne vuoi una? – mi chiese porgendomi una pastiglia di colore giallo.
– Cos’è? Ectasy?
–Mai provata?
– No.
Mi prese la mano. La sua era calda, sudata.
– Com’è? – chiesi incuriosita.
–La prima volta è bello… poi lo è ancora di più. È la mia linfa vitale. Mi fa sentire bella. Mi fa piacere il mondo e chi lo vive. Se ti sfioro la pelle mi sembra morbida, di seta… La …la senti questa ?
–Sì …
La mi sembrava lontana così come la sua voce. L’alcol stava prendendo piede e la testa iniziava a girarmi o forse erano le sue parole, i suoi movimenti a crearmi così tanto turbamento.
Giada proseguì il suo racconto: – Ho iniziato a farmi con il mio ex. Io e lui eravamo una cosa sola, ci amavamo, Dio se ci amavamo… ma riuscivamo a dircelo solo da fatti. Forse per timidezza, forse perché avevamo tanti problemi, troppi e solo in quei momenti riuscivamo a buttarci tutto alle spalle. Mi ha mollata per una brava ragazza, una che lo tiene lontano dalla merda e dai casini, una di quelle santarelline puritane di cui straborda questo schifo di città…. Quelle che se non hanno una Louis Vittuon non si sentono . Non sarai una di quelle vero? No… te lo leggo negli occhi… Tu sei diversa, tu non mi giudichi. Forse non approvi, non condividi, ma non scagli la pietra.
Le sorrisi teneramente. È vero, non approvavo ma mai avrei osato giudicare. Anzi, c’era in questo essere alterato un non so che di divino. Ero affascinata dalle sue parole scandite lentamente. Ero rapita dalle sue pupille grandi, ipnotiche. Sarei stata ancora a parlare con lei. Forse, se Andrea non fosse stato di là ad aspettarmi, avrei provato anch’io… Chissà quali pensieri, quali visioni…
Tornammo al tavolo. Appoggiai la testa alla spalla di Andrea. Ascoltavo i discorsi degli altri senza partecipare. Sentivo di avere poco da dire. Ema aveva minato la mia autostima. Tutto ciò che usciva dalla mia bocca veniva da lui contestato, criticato, ridicolizzato. E ciò accadeva soprattutto davanti ai suoi amici. Ero la bambolina da schernire, lo spasso della compagnia. Andrea, invece, mi spinse a parlare coinvolgendomi e così anche Mirko, Paolo, Claudio.
–Vi ripeto che i Dico anche se dovessero passare, non saranno mai come i Pacs francesi… qui c’è la e la è potente, più potente dello Stato, del popolo!
–Chi è quello che ha usato come giustificazione il fatto che Dante gli omosessuali li ha messi all’inferno?
–Andreotti? – risposi.
–Lui! Brava! – esclamò Mirko.
–Anche i golosi sono all’inferno ma nessuno pone limiti ai ristoranti! – proseguì sarcastico, Claudio.
–E ai matrimoni si mangia come dei maiali! – aggiunsi io.
Tutti risero.
Fu la mia prima vera conversazione come parte attiva. Mi sentivo lanciata e ormai sobria. L’effetto dell’alcol stava lentamente abbandonando i miei nervi, lasciando spazio ad un leggero mal di testa.
Quando decidemmo di andarcene era ormai mattina. Giada nel frattempo si era addormentata fra le braccia di Tony che l’aveva ascoltata tutta , tenendola fra le braccia. Salutammo tutti e uscendo dal retro passammo davanti ad una panetteria.
–Qui possiamo mangiarci qualcosa al volo, che ne dici miss?
–Ho freddo! – risposi battendo i denti.
–Esagerata! Miss sei ubriaca, ecco perché. Con una focaccia ti sistemi il pancino e asciughi.
– Che pivella! Chissà cos’hanno pensato i tuoi amici?
Mi strinse a sé spingendomi dentro la panetteria dove due ragazzi, probabilmente egiziani, stavano collocando rapidamente file di pane nei forni.
–I miei amici ti adorano… Focaccia? Pizza? Brioche?
– Mi adorano? Dici? Pizza… margherita anzi no con il formaggio, tanto..
–Sì… ma mai quanto ti adoro io… – disse schioccandomi un bacio sulla fronte.
Uno dei ragazzi iniziò ad intonare una canzone malinconica nella sua lingua. Chissà a cosa stava pensando? Al suo lontano? O alla compagna che avrebbe rivisto di lì a poche ore?
–E Giada? Come ti è sembrata? – mi chiese Andrea.
– Bella ma triste. Si da molto?
–No non credo. È una cara amica di Tony. Lui la vorrebbe tirare fuori ma non è facile: rischia di trascinare anche lui nella merda.
–Nella ?
–No, no, Tony no, non è il tipo. Ma se fai entrare nella tua vita un drogato devi sapere che non sarà sempre facile… Che fame… dai dai!
Andrea sembrava infastidito dalla piega che quella conversazione stava prendendo.
–Cambi discorso?
Mi indispettii fingendo io stessa di non essere più interessata all’argomento.
–Si ho fame anch’io ma almeno non ho più freddo.
–Dai miss… Bhé sai cosa ti dico… Non ho niente contro i drogati, i tossici. Trovo che vi sia poca differenza fra un drogato e uno spietato uomo d’affari. Entrambi cercano rivalsa cercando di combattere, con i mezzi a loro disposizione, le insicurezze che il passato trascina con sé marchiando a fuoco gli animi sensibili, i geni. L’uomo d’affari, lo squalo, con ingegno abbatte chiunque si metta fra lui e l’obiettivo da raggiungere. Il drogato abbatte sé stesso per raggiungere un unico obiettivo: annullarsi. Ho visto persone fare carriera a scapito di colleghi, amici, familiari, quasi mossi da una forza sovrannaturale, misteriosa e senza alcuna remora. Ho visto persone sniffare cocaina o farsi in vena ogni giorno, per alterarsi, per allontanarsi dalla monotonia quotidiana e da sé stessi. Se il drogato, si sa, viene isolato da tutti ed è destinato ad una vita miserabile, anche lo squalo si ritroverà prima o poi solo con i propri rimpianti e le insicurezze di un tempo. Forse lo squalo non morirà su una panchina o in un motel, quello no, ma è nella vera, quella interiore, che io vedo il doppio riflesso della stessa immagine. Se stai con un drogato o con uno squalo, comunque parteciperai al suo devasto e in qualche modo ne sarai coinvolto.
Lo ascoltai in silenzio. Avevo molto da imparare da lui. Mi resi conto di aver vissuto fino ad allora in un altro mondo, un mondo forse parallelo ma in ogni caso inferiore, vuoto di contenuti, anche se apparentemente così appagante. Ero ancora in tempo. Potevo ancora recuperare e riscattarmi.
Facemmo merenda in attesa del taxi che ci avrebbe portato a casa sua. Qui dormimmo nudi e abbracciati senza fare l’. Forse, però, l’ lo fecero le nostre anime.

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16
Apr

Penelope

Posted in Sesso e amore  by Pamela

Non aveva mai creduto in Dio. Dio, chi era Dio? Tutto quell’affaccendarsi intorno a questo Dio che nessuno aveva mai visto.
Da piccola, erano le suore a parlarle di Dio, di quanto fosse buono con tutti. Ma allora perché la facevano sentire in colpa solo perché sua madre non viveva con suo padre? “Se continui così diventerai come tua madre”. Non capiva ma ascoltava: le suore sono le spose di Dio e la parola di Dio bisogna ascoltarla.
Poi tornava a casa. Sua madre era così bella, dolce. In fondo, non sarebbe stato poi così male essere come lei. La sua mamma aveva un buon , una pelle morbida.
E lei credeva in Dio?
Un giorno le domandò: “Mamma chi è Gesù?”
“Un uomo, piccola, un uomo come il Papa e il Presidente della Repubblica…”
“Cosa vuol dire?”
“Capirai, piccola mia, capirai…” Si chinò, le prese il viso fra le mani e le baciò la fronte. “Ti voglio bene cucciola”
E ora capiva. Eccome se capiva. E quanto le mancava, quanto avrebbe voluto averla qui ora.
Si sentiva boccheggiare come un pesce fuor d’acqua talmente era forte questa mancanza.
La sua vita era stata vissuta all’insegna dell’assenza. A cominciare da suo padre.
Non aveva mai pensato realmente di cercare suo padre. Non che non le interessasse. Anzi! Alcuni giorni le sembrava di morire dalla curiosità. Voleva sapere, conoscere. Voleva un volto o almeno un nome.
Una domenica, vide sua madre piangere davanti ad uno di quei film strappalacrime di amori romantici con finale scontato. Era come se quelle scene viste e riviste le toccassero il cuore, ricordandole momenti felici e lontani ma non così lontani da non provocarle turbamento.
Forse stava pensando a lui, ai suoi baci, ai suoi occhi, al suo odore.
Stava per chiederglielo. Voleva sapere tutto di lui: il nome, la città, cosa cazzo stava facendo e perché neanche per un attimo si era interessato a lei… perché?
“Mamma…”
Distolse gli occhi dallo schermo asciugandosi le lacrime con una manica : “Dimmi…”
“Niente.” Non poteva. L’avrebbe ferita e non poteva. Non anche lei. Soprattutto non lei.
Ora che non c’era più si sentiva sollevata. Poteva cercarlo.
Si sentiva tremendamente in colpa. La mamma era morta e lei trovava in questa dolorosa assenza qualcosa di cui essere felice. Si sentiva una bestia, senza cuore ma sapeva di non esserlo. Sapeva anche che non sarebbe mai andata fino in fondo, che si sarebbe accontentata di avere qualche notizia ma niente di più. Forse per la paura di un rifiuto. Forse perché che cos’è poi un padre? Un uomo, come il Papa, come il Presidente della Repubblica… un uomo.
Suo padre non era nessuno di importante, ne era certa. E poi se anche lo fosse stato, era pur sempre una merda. O forse no… ma pensare così la faceva stare meglio.
Per tutta l’infanzia, Penelope aveva vissuto con la sensazione insopportabile di essere bruttina, insignificante e che forse suo padre l’aveva rifiutata per questo. Quando crescendo, i ragazzi iniziarono a farle la corte e le sue amiche ad invidiarla, bhé allora non aveva più paura di guardarsi allo specchio. Ed era davanti alla sua immagine riflessa che lei pensava a quanto assomigliasse a sua madre e a quanto quello stupido si era perso abbandonandole come due randagie.
Di certo se avesse avuto delle sorelle, queste non sarebbero state belle come lei. Le sarebbe piaciuto incontrarle, farle morire di invidia.
Penelope era ammirata, corteggiata.
Ogni suo della sua vita, però, era stato distrutto, fatto a pezzi da sua madre. Era tremendamente gelosa di ogni ragazzo le si avvicinasse. Era possessiva o forse semplicemente non voleva che lei soffrisse anche solo la metà di quanto aveva sofferto lei per tutti gli uomini della sua vita.
Sentiva la presenza di sua madre soffocante, oppressiva ma era la sua linfa vitale e senza di lei, non sarebbe mai andata da nessuna parte.
Quando conosceva un ragazzo, cercava di tenerglielo nascosto perché sapeva che una parola, una sola sua frase contro di lui, l’avrebbe inevitabilmente sminuito, declassato e non voleva, non poteva permettere che il giudizio di un’altra persona anche se della sua adorata mamma, potesse rovinare una potenziale storia d’. Eppure non ci riusciva, non poteva mentire a quella che era prima che sua madre, la sua migliore amica. Gliene parlava, glielo presentava e poi, come un fulmine a ciel sereno: “non fa per te”, “è uno stupido”, “ti prende in giro”, “ha il piede in due scarpe… non sei l’unica”. Non le avrebbe mai imposto di non vederlo più, mai. Non l’aveva mai obbligata a fare niente contro la sua volontà ma i suoi “consigli” suonavano peggio di anatemi. Avrebbe preferito un’imposizione a cui avrebbe potuto ribellarsi con orgoglio.
Le allusioni sottili di sua madre erano un boccone amaro da digerire, da metabolizzare. Riusciva ad ipnotizzarla, a farle cambiare rotta sempre. Li aveva lasciati tutti. Non che li amasse… no, non poteva amarli se a sua madre non piacevano. A nessuno aveva permesso di entrare nel suo cuore che era rimasto lì, attaccato al cordone ombelicale di sua madre.
E ora che lei non c’era più, si sentiva libera, libera ma confusa.
Era lei a fermare ogni storia prima che potesse diventare importante. Ora era solo lei a decidere, senza condizionamenti. Niente, però, era cambiato: li conosceva, ci usciva, ci finiva a letto e poi basta, decideva di lasciarli, di mollare la presa, di non rischiare.
La sua era una corazza.
Tutto cambiò con F.
Si innamorò dei suoi occhi azzurri come il mare. Nei suoi occhi brillava l’, sì lui sapeva amare come pochi uomini sanno fare. F. aveva tanto da darle. Non si sbagliava, F. era nato per l’, per far stare bene una donna, avrebbe rinunciato a tutto per la donna amata.
F., però, non era innamorato di lei. I suoi occhi brillavano sì, ma per un’altra. Non era falsità la sua. Ci aveva provato. In lei, però, non trovava niente di speciale, niente che potesse fargli dimenticare il suo grande .
Chissà se anche tra sua madre e suo padre era andata così? Chissà se anche suo padre era innamorato di un’altra. Chissà se l’aveva sposata quell’altra, se ci aveva fatto dei figli. Un fratello? Avrebbe voluto un fratello, magari si sarebbe sentita meno sola.
E così Penelope dopo aver conosciuto F., non sapeva più fare a meno dell’. Come quando i tuoi occhi si abituano alle lenti di correzione, anche se il difetto è minimo, senza, ti sentirai sempre a disagio. Così quando provi l’, quello vero, non sai più farne a meno. Lo cerchi ovunque… lo cerchi anche dove non dovresti cercarlo, inciampando in una delusione dopo l’altra. E ogni volta era sempre più dura risollevarsi, riprendere le redini della sua vita, ricominciare a vivere senza .

Non so come e se si sia concluso l’eterno peregrinare di Penelope alla ricerca dell’. Non lo so perché Penelope è un po’ tutte noi. Ognuna con trascorsi differenti, con un presente più o meno felice ma con un grande bisogno primario, catalizzatore di gran parte (se non tutte) le nostre azioni: l’. C’è chi lo trova, chi lo perde, chi come Sisifo pare condannata a muovere un masso, su su fino alla cima della montagna e quando crede di aver raggiunto la meta, ripiomba giù, tornando al punto di partenza. Siamo tutte figlie dello stesso Dio e lo cerchiamo per tutta la vita perché niente come Lui sa farci stare bene. Ne abbiamo bisogno per respirare, per non morire dentro, per non avvizzire fuori. , , . per te uomo, per i figli, per la madre e il padre, per i deboli, per la giustizia. , , .

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16
Apr

L’altalena

Posted in Sesso e amore  by Pamela

Forse il segreto è nella regressione.
Sforzarsi nel tentativo di riscoprire i sapori, gli odori, i colori di quando ancora non sapevamo cosa era il dolore. Quando ancora le parole non facevano così male.
Quando siamo bambini, i grandi ci proteggono, cercando di evitare le frasi sbagliate, quelle che potrebbero turbarci.
Quando cresci, nessuno più ci fa caso. Ci sentiamo rivolgere frasi che vorremmo non aver mai sentito, il cui solo suono ci fa battere il cuore all’impazzata fino a contorcerlo, lacerarlo, tanto che ce lo vorremmo strappare dal petto a morsi.
Dopo le lacrime versate a fiumi, non c’è spazio che per una nausea intensa che mi accompagna per tutto il giorno.
Vorrei… non so neanche io cosa vorrei.
Forse vorrei semplicemente non soffrire.
Oggi, però, su quell’altalena, ho chiuso gli occhi e mi sono lasciata andare in una risata fragorosa.
E così la bestia nera se ne andava man mano che le mie gambe si muovevano per spingermi in alto, sempre più in alto.
Occhi chiusi. Libertà. Lontano da tutto. Lontano da tutti. Lontano dai fantasmi della mia mente. Lontano dal passato, dal presente, dal futuro. Una dimensione atemporale. Fuori dal tempo, dalle ore, dalle stagioni, dagli atomi.
Fuori ma dentro tutto il mio essere. Senza condizionamenti, pressioni, obblighi,doveri. Ripiegata su me stessa per recuperare i brandelli di un’esistenza vissuta in funzione degli altri. Come la penseranno? O mio Dio cosa diranno! Devo farcela. Devo dimostrare. Devo…devo…
No!!! E’ così che voglio essere. Sola con me stessa. Sola per vivere ancora. Sola per ritrovare il sorriso di un tempo. Sola. Sola.
E salirò su un’altalena ogni qualvolta starò per sprofondare, per risalire e riprendere le redini di questa vita troppo spesso lasciata in balìa dei forse. Sarà la mia ancora, la mia isola in questo oceano di ipocrisia. Sarà come cullarsi nell’innocente sguardo di un bambino. Sarà come guardarsi allo specchio e riscoprirsi improvvisamente rinata, con l’entusiasmo di un tempo lontano.

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