7.
Pagai la corsa lasciando il resto al taxista. Chiusi sbattendo con forza la portiera e incurante delle legittime proteste del conducente, corsi incontro ad Andrea che era lì ad aspettarmi. Lo strinsi forte. Il suo abbraccio mi placò. Non me ne sarei mai andata, almeno fino a che lui non mi avesse mandata via.
La casa era vuota. La osservai con particolare attenzione. Non vi trovai alcuna ostentazione di ricchezza ma solo semplicità. La scelta di uno stile minimalista avvolto in colori caldi ne faceva il rifugio ideale, il nido in cui sprofondare ogni negatività. Mi sentivo finalmente rilassata, completamente a mio agio.
Eravamo soli. Mi accompagnò sul terrazzo dove quello stesso giorno vidi per la prima volta la sua coinquilina. Fui colta da un’improvvisa gelosia, uno stupido senso di possesso. Stupido e ingiustificato. Chi ero io per lui? Come condannare una sua eventuale storia con Maria? Io ero appena arrivata e chissà lei da quanto…. Cercai di soffocare questi pensieri per non dare nell’occhio e non dover trovarmi costretta a rivelarli, ridicolizzandomi. Andrea, però, sembrò leggermi dentro e abbozzando un sorriso mi domandò: –Miss… Che c’è?
–Possiamo non iniziare il discorso… Ti prego. – risposi abbassando lo sguardo.
– D’accordo… – accettò senza insistere – Com’è andata la serata?
Morivo dalla voglia di raccontargli tutto: dell’umiliazione fatta subire a Ema e soprattutto del vecchio. Terminato il racconto, non vidi in lui il benché minimo turbamento, il che mi stupì. Mi chiesi come potesse non arrabbiarsi. Avevo avuto un rapporto sessuale con il mio fidanzato e una fellatio con il mio pseudo-suocero! Mi trovavo di fronte ad un insensibile perverso?
Il mio silenzio parlò per me. Andrea parlò per tutti e due: – Cancella le seghe mentali che ti stai facendo, miss, tu mi appartieni e io ti appartengo. Con gli altri è sesso, con me no. Loro hanno il tuo corpo, io ho la tua anima.
Gli afferrai la mano che mi stava accarezzando dolcemente i capelli e la feci scendere lentamente chiudendola in mezzo alle cosce, serrandole con forza.
–Vuoi sapere cosa ho provato?
Annuì. Gli dissi di quanto mi facesse schifo la lingua bavosa del notaio ma anche di quanto mi sentissi potente con il sedere su quella lussuosa scrivania e con migliaia di euro di impianti immersi nel mio umore.
Le dita di Andrea si insinuarono sotto la gonna, nelle mie mutandine, per muoversi ritmicamente con i miei gemiti.
–Miss sei fantastica, avrei voluto esserci… Cosa mi sono perso…
–Scopami amore scopami! – lo implorai.
–Cosa faresti per me principessa? – mi chiese spingendo sempre più dentro al mio sesso le sue dita.
Ero in estasi e davvero avrei fatto qualunque cosa in quel momento.
–Tutto, tutto…
–Urla miss urla..!
Eravamo in terrazzo. Mi avrebbero certamente sentita. Qualcuno sarebbe arrivato e avrebbe insistito perché lo facessi scopare. Solo Andrea, però, poteva farlo e all’altro non restava che guardare e masturbarsi. Lo resi partecipe della mia idea perversa.
–E se mi faccio scopare io da lui?
I nostri vestiti scivolarono a terra mentre la nostra fantasia galoppava all’unisono e non sapevo se ero pronta ad un’esperienza così forte, anche se solo sognata, immaginata, fantasticata.
–Miss hai detto che faresti tutto per me… – disse penetrandomi.
Risposi gemendo e dimenandomi sotto il suo peso: –Tutto!
–E allora apri la tua mente e con lei il tuo corpo…
Allentai le redini dei miei pensieri e sciogliendo la lingua, gli sussurrai all’orecchio: –Sì fatti scopare da lui.. sì dai…
Andrea era eccitatissimo. L’idea di due corpi maschili uno dentro l’altro mi faceva impazzire dal piacere. L’orgasmo che ne scaturì fu incredibilmente intenso. Con Andrea avevo imparato a liberare nella parola ogni pensiero nascosto. Mi sentivo finalmente libera e vera.
Restai stretta a lui godendo del profumo del sesso fra due persone che sono una cosa sola. “Una sorta di profumo degli angeli…” – pensai. Risi di quell’assurda e stravagante idea.
–Perché ridi? – mi domandò Andrea.
Cambiai discorso: –Di te non mi hai mai detto niente…
– C’è poco da dire sai… Quello che vedi è quello che sono. A proposito, come mi vedi?
Sgranai gli occhi: –In che senso come ti vedo?
–Chi sono io? Che tipo sono?
I suoi occhi erano azzurri, bellissimi, dolcissimi ed erano lì a sorridermi fissi nei miei.
–Andrea. Sei come me.
–E come sei tu?
–Come te. Tu sei dolce, leale ma sai essere anche vendicativo e cattivo con chi ti fa del male.
–O chi ne fa a te, miss…
Scoppiai nuovamente a ridere. –Vuoi sapere perché rido?
Annuì.
–Perché non mi accontento, devi dirmi di più.
–Ai suoi ordini! Cosa vuole sapere?
–Qualcosa sulla tua famiglia per esempio.
Seguì un silenzio imbarazzante come mai ce n’erano stati fra di noi. Temetti di aver toccato un punto dolente, una ferita aperta.
Cercai di scusarmi: –Io, no… non volevo…scusa ma….
–Non ti preoccupare. Solo che ho poco da dire. Sono cresciuto in collegio dalle suore e nei week-end con i miei nonni materni. Mia madre è morta quando avevo tre anni e mio padre… mio padre… boh… non so neanche chi sia… Nessuno me ne ha mai parlato. Non ho sue foto né alcun elemento che possa portarmi a lui, alla sua identità. Non che io me ne servirei, no, meglio evitare, meglio non sapere.
Aveva condensato in poche parole anni di sofferenze.
–Scusa non volevo essere indiscreta… solo che…
Non mi fece finire: –Miss io credo in te. Non scusarti per niente e chiedimi quello che vuoi. Per quanto doloroso, fastidioso, io ti risponderò e sempre in tutta sincerità.
Lo abbracciai. Con dolcezza mi appoggiò le labbra sul collo. La passione non tardò a travolgerci nuovamente. Restò dentro di me per quasi un’ora muovendosi lentamente, fermandosi per baciarmi in ogni parte del viso e parlarmi di qualsiasi cosa gli venisse in mente. Non ci importava di niente e di nessun altro. Eravamo solo noi. Noi ci sentivamo il mondo.
Eravamo ancora incastrati uno dentro l’altra, quando improvvisamente la luce si accese illuminando una figura femminile.
Andrea sbarrò gli occhi esclamando con sorpresa: –Maria!
–Maria! – ripetei io.
Maria aprì la porta finestra comunicante con il terrazzo.
–Scusate!
Senza alcun imbarazzo, si avvicinò e mi porse la mano.
–Pamela vero? Finalmente! Piacere Maria. Tolgo il disturbo cari. Ciao ciao!!
Rimasi a bocca aperta e senza parole. Andrea rideva tenendosi una mano sulla pancia.
–Andrea… ma… ma la t… tua coinquilina è un… un…– balbettai.
–Una transessuale.. sì!
Scoppiai a ridere.
–Ma… e io che ero gelosa di un travestito!
– È comunque una donna, non credi? Sei ciò che ti senti di essere…
Mi staccai da lui. Mi infilai gli slip e il reggiseno e mi misi prona seguendo con lo sguardo Maria muoversi da un angolo all’altro della casa rapidamente, aprendo e chiudendo i cassetti, all’apparente ricerca di qualcosa.
Un colpo di tosse mi distolse da quella pittoresca visione. Mi voltai. Andrea mi stava osservando, la testa appoggiata allo schienale della sedia a dondolo e un gran sorriso. Ma era nudo, nudo, completamente nudo! Mi chiesi come mai non si fosse ancora vestito. Che tipo di rapporto poteva esserci tra di loro se si permettevano certe confidenze?
–Miss, stai pensando cose brutte di me?
Buttai un’ennesima occhiata a Maria intenta ora a preparare il tavolo per qualcuno che probabilmente sarebbe arrivato di lì a poco. Stranamente mi ispirava fiducia. Alla fine come potevo dubitare di Andrea? E poi in fondo è vero: ognuno è ciò che si sente di essere. Appoggiai la testa sulle sue ginocchia, abbandonandomi in un totale relax, facendomi accarezzare dolcemente dalle sue grandi mani. Chiusi le palpebre per godere ancora di più di quel beneficio.
La voce di Maria, però, mi fece sobbalzare: –Romeo e Giulietta, mi lasciate casa libera entro mezzora o vi ricomponete e partecipate al party??
–Miss che vuoi fare? Se ti portassi fuori, al localino di un mio amico? Possiamo restare lì anche dopo la chiusura, se vuoi. È l’Atomic Bar, conosci?
–Di fama sì ma non ci sono mai stata. Che gente c’è?
–Libera…
Accettai la proposta.
Nel rivestirmi notai lo sguardo di Maria fisso su di me. Non capivo perché mi stesse guardando con così grande insistenza. Fu una volta abbandonato il terrazzo che capii, quando mi prese per la mano e facendomi ruotare su me stessa, quasi fossimo a un defilé di alta moda, esclamò: –Che bella, Pamela! Ora mi sono chiare molte cose…
Mi abbracciò e guardando Andrea finse lacrime di commozione.
–Benvenuta in casa nostra! Rimani quanto vuoi! Mi casa es tu casa! Non ricordo in quale film l’ho sentita… boh… Dio la vecchiaia!
Sgattaiolò via maledicendo i suoi neuroni in via di estinzione.
Mi ero sentita veramente a mio agio. Ed era vero: Maria con la sua dolcezza, la sua delicatezza, la sua sensualità, era donna, più donna di quanto lo fossero tante donne di mia conoscenza.
Aveva ragione Maria. Io ero bella. Io mi sentivo bella dentro, bella nell’anima, quell’anima che offrivo ad Andrea ogni volta che lui entrava dentro di me.
8.
Decidemmo di andare a piedi fino al locale. Per tutto il tragitto non parlammo. Non fu un silenzio imbarazzante. Non servivano parole vuote, inutili e senza senso pronunciate tanto per parlare, per riempire un vuoto, per evitare il non dire. Erano le nostre anime a parlare per le nostre bocche. La mia urlava di felicità. La sua altrettanto, ne ero certa. I nostri occhi erano lo specchio di ciò che sentivamo l’uno per l’altra. Sorridevano i nostri occhi mentre le nostre mani si stringevano. Non c’era spazio. Non c’era tempo. Tutto era come in un sogno. Non saprei quantificare né i chilometri percorsi né i minuti impiegati per arrivare a destinazione.
– È chiuso… – constatai al nostro arrivo.
Dalla saracinesca abbassata traspariva una luce fioca. Un lieve mormorio e musica a basso volume provenivano dall’interno. Guardai perplessa Andrea prendere il telefono dalla tasca dei pantaloni, fare uno squillo e bussare. Qualcuno venne ad aprirci. Strinsi più forte la sua mano. Nonostante tutto ciò mi sembrasse losco, mi fidavo ciecamente di lui. Entrammo. Il locale era avvolto in una nuvola di fumo. Le luci calde e soffuse contribuivano a creare una atmosfera suggestiva resa ancora più marcata dalle immagini dipinte alle pareti, immagini forti: tacchi a spillo sorretti da caviglie affusolate immobilizzate da corde spesse. Erano immagini delicate, di estrema sensualità, per niente volgari. Tutto lì dentro aveva l’aria di essere un inno alla libertà.
Andrea mi presentò al proprietario, Tony, che seduto in fondo al locale, armeggiava con vecchi vinili dietro ad una consolle. Malgrado i lineamenti rozzi e il fisico corpulento, dai suoi movimenti scaturiva fascino. Se dovessi descriverlo in un aggettivo, la mia scelta cadrebbe su “magnetico”. Si alzò porgendomi con sicurezza la mano che strinse con forza la mia: –Mettiti comoda cara. Siediti! Qualcosa da bere?
– Fai tu… – risposi timidamente.
–A tuo rischio e pericolo! Andrea posso far ubriacare la tua bella con le mie magiche pozioni?
Andrea allargò le braccia sorridendo.
–Miss ti va di unirti agli altri?
L’imbarazzo iniziale stava svanendo.
–Ok! – risposi senza esitazione.
Ci sedemmo con cinque o sei persone riunite attorno ad un tavolo rotondo. Uno ad uno si presentarono: Mirko, Paolo, Claudio, Davide e l’unica donna del gruppo, Giada. Li osservai con discrezione mentre sorseggiavo il mio drink. Mirko e Paolo si tenevano al margine dando l’aria di essere molto intimi. Il resto del gruppo parlava di tutto spaziando dalla letteratura, all’arte, alla politica.
Bevvi tutto il cocktail e ne accettai un secondo. Andrea mi stringeva di tanto in tanto la mano per assicurarsi che tutto andasse bene, che io mi sentissi a mio agio.
Giada si alzò dalla sedia mimando un sensuale passo di danza e venne ad accovacciarsi tra me e Andrea. Malgrado l’eccessiva magrezza accentuata dal colore dell’incarnato, talmente pallido da poter intravederne le vene, Giada era dotata di un’insolita sensuale bellezza. I suoi capelli ricci di un rosso vivo così poco comune, disegnavano sulle esili spalle una linea irregolare che tanto ricordava le donne fatali di Klimt.
–Allora Andre? Tutto bene? Ti vedo bene… sì stai bene…
–Decisamente – rispose inclinando con un cenno di intesa il capo verso di me – e tu?
Giada fece spallucce.
– E come vuoi che vada? La solita merda, Andre, la solita grande merda…
Approfittai della sua presenza per chiedere a Tony dove fosse il bagno.
–Vi lascio un attimo… vado a fare pipì.
Una volta in piedi, mi accorsi che l’alcol mi aveva stordita. Non avrei dovuto accettare il secondo cocktail.
Mi appoggiai alla spalla di Andrea ridendo.
–Ecco non mi ricordo già più da che parte devo andare…
Giada si offrì di accompagnarmi: – Vieni con me tanto anch’io devo fare pipì.
La seguii cercando di non sbandare. Non volevo che gli amici di Andrea notassero quanto poco reggessi l’alcol. Era come se non fossi completamente padrona del mio corpo. Entrai da sola in bagno. Giada mi stava aspettando fuori dalla porta.
–Ne vuoi una? – mi chiese porgendomi una pastiglia di colore giallo.
– Cos’è? Ectasy?
–Mai provata?
– No.
Mi prese la mano. La sua era calda, sudata.
– Com’è? – chiesi incuriosita.
–La prima volta è bello… poi lo è ancora di più. È la mia linfa vitale. Mi fa sentire bella. Mi fa piacere il mondo e chi lo vive. Se ti sfioro la pelle mi sembra morbida, di seta… La musica…la senti questa musica?
–Sì …
La musica mi sembrava lontana così come la sua voce. L’alcol stava prendendo piede e la testa iniziava a girarmi o forse erano le sue parole, i suoi movimenti a crearmi così tanto turbamento.
Giada proseguì il suo racconto: – Ho iniziato a farmi con il mio ex. Io e lui eravamo una cosa sola, ci amavamo, Dio se ci amavamo… ma riuscivamo a dircelo solo da fatti. Forse per timidezza, forse perché avevamo tanti problemi, troppi e solo in quei momenti riuscivamo a buttarci tutto alle spalle. Mi ha mollata per una brava ragazza, una che lo tiene lontano dalla merda e dai casini, una di quelle santarelline puritane di cui straborda questo schifo di città…. Quelle che se non hanno una Louis Vittuon non si sentono donne. Non sarai una di quelle vero? No… te lo leggo negli occhi… Tu sei diversa, tu non mi giudichi. Forse non approvi, non condividi, ma non scagli la pietra.
Le sorrisi teneramente. È vero, non approvavo ma mai avrei osato giudicare. Anzi, c’era in questo essere alterato un non so che di divino. Ero affascinata dalle sue parole scandite lentamente. Ero rapita dalle sue pupille grandi, ipnotiche. Sarei stata ancora a parlare con lei. Forse, se Andrea non fosse stato di là ad aspettarmi, avrei provato anch’io… Chissà quali pensieri, quali visioni…
Tornammo al tavolo. Appoggiai la testa alla spalla di Andrea. Ascoltavo i discorsi degli altri senza partecipare. Sentivo di avere poco da dire. Ema aveva minato la mia autostima. Tutto ciò che usciva dalla mia bocca veniva da lui contestato, criticato, ridicolizzato. E ciò accadeva soprattutto davanti ai suoi amici. Ero la bambolina da schernire, lo spasso della compagnia. Andrea, invece, mi spinse a parlare coinvolgendomi e così anche Mirko, Paolo, Claudio.
–Vi ripeto che i Dico anche se dovessero passare, non saranno mai come i Pacs francesi… qui c’è la Chiesa e la Chiesa è potente, più potente dello Stato, del popolo!
–Chi è quello che ha usato come giustificazione il fatto che Dante gli omosessuali li ha messi all’inferno?
–Andreotti? – risposi.
–Lui! Brava! – esclamò Mirko.
–Anche i golosi sono all’inferno ma nessuno pone limiti ai ristoranti! – proseguì sarcastico, Claudio.
–E ai matrimoni si mangia come dei maiali! – aggiunsi io.
Tutti risero.
Fu la mia prima vera conversazione come parte attiva. Mi sentivo lanciata e ormai sobria. L’effetto dell’alcol stava lentamente abbandonando i miei nervi, lasciando spazio ad un leggero mal di testa.
Quando decidemmo di andarcene era ormai mattina. Giada nel frattempo si era addormentata fra le braccia di Tony che l’aveva ascoltata tutta notte, tenendola fra le braccia. Salutammo tutti e uscendo dal retro passammo davanti ad una panetteria.
–Qui possiamo mangiarci qualcosa al volo, che ne dici miss?
–Ho freddo! – risposi battendo i denti.
–Esagerata! Miss sei ubriaca, ecco perché. Con una focaccia ti sistemi il pancino e asciughi.
– Che pivella! Chissà cos’hanno pensato i tuoi amici?
Mi strinse a sé spingendomi dentro la panetteria dove due ragazzi, probabilmente egiziani, stavano collocando rapidamente file di pane nei forni.
–I miei amici ti adorano… Focaccia? Pizza? Brioche?
– Mi adorano? Dici? Pizza… margherita anzi no con il formaggio, tanto..
–Sì… ma mai quanto ti adoro io… – disse schioccandomi un bacio sulla fronte.
Uno dei ragazzi iniziò ad intonare una canzone malinconica nella sua lingua. Chissà a cosa stava pensando? Al suo amore lontano? O alla compagna che avrebbe rivisto di lì a poche ore?
–E Giada? Come ti è sembrata? – mi chiese Andrea.
– Bella ma triste. Si droga da molto?
–No non credo. È una cara amica di Tony. Lui la vorrebbe tirare fuori ma non è facile: rischia di trascinare anche lui nella merda.
–Nella droga?
–No, no, Tony no, non è il tipo. Ma se fai entrare nella tua vita un drogato devi sapere che non sarà sempre facile… Che fame… dai dai!
Andrea sembrava infastidito dalla piega che quella conversazione stava prendendo.
–Cambi discorso?
Mi indispettii fingendo io stessa di non essere più interessata all’argomento.
–Si ho fame anch’io ma almeno non ho più freddo.
–Dai miss… Bhé sai cosa ti dico… Non ho niente contro i drogati, i tossici. Trovo che vi sia poca differenza fra un drogato e uno spietato uomo d’affari. Entrambi cercano rivalsa cercando di combattere, con i mezzi a loro disposizione, le insicurezze che il passato trascina con sé marchiando a fuoco gli animi sensibili, i geni. L’uomo d’affari, lo squalo, con ingegno abbatte chiunque si metta fra lui e l’obiettivo da raggiungere. Il drogato abbatte sé stesso per raggiungere un unico obiettivo: annullarsi. Ho visto persone fare carriera a scapito di colleghi, amici, familiari, quasi mossi da una forza sovrannaturale, misteriosa e senza alcuna remora. Ho visto persone sniffare cocaina o farsi in vena ogni giorno, per alterarsi, per allontanarsi dalla monotonia quotidiana e da sé stessi. Se il drogato, si sa, viene isolato da tutti ed è destinato ad una vita miserabile, anche lo squalo si ritroverà prima o poi solo con i propri rimpianti e le insicurezze di un tempo. Forse lo squalo non morirà su una panchina o in un motel, quello no, ma è nella morte vera, quella interiore, che io vedo il doppio riflesso della stessa immagine. Se stai con un drogato o con uno squalo, comunque parteciperai al suo devasto e in qualche modo ne sarai coinvolto.
Lo ascoltai in silenzio. Avevo molto da imparare da lui. Mi resi conto di aver vissuto fino ad allora in un altro mondo, un mondo forse parallelo ma in ogni caso inferiore, vuoto di contenuti, anche se apparentemente così appagante. Ero ancora in tempo. Potevo ancora recuperare e riscattarmi.
Facemmo merenda in attesa del taxi che ci avrebbe portato a casa sua. Qui dormimmo nudi e abbracciati senza fare l’amore. Forse, però, l’amore lo fecero le nostre anime.
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