9.
Aprii gli occhi. Un mal di testa devastante venne a darmi il buongiorno. Mi infilai d’istinto sotto le coperte. Dovevo assolutamente bere un sorso d’acqua.
– Andre… Andre…
Mi sollevai di scatto girandomi verso il posto occupato poche ore prima da Andrea: vuoto. Ero sola. Diedi una rapida occhiata alla stanza. Di lui non c’era traccia e neanche di un goccio d’acqua. Decisi di evitare la disidratazione e di mettermi immediatamente alla ricerca del mio uomo e di un analgesico. Mi alzai dal letto a fatica. Una volta in piedi, afferrai una delle tante felpe ammucchiate sulla sedia a me più vicina. Mia madre sarebbe morta dalla paura alla vista di tanto disordine. Ema avrebbe avuto una crisi isterica. È proprio vero che chi ostenta una maniacale perfezione, spesso, fa della sua vita, e di conseguenza in quella di chi gli sta accanto, un gran casino.
Uscii dalla camera e tenendomi la testa fra le mani, mugugnai, come se attraverso una debole vibrazione delle corde vocali, potessi scacciare la scarica di mitragliate che teneva sotto assedio la mia corteccia celebrale.
Maria era lì ad aspettarmi.
–Ehi… di notte leoni, la mattina coglioni! Ti sto preparando un pranzetto! Sei pronta a metter su etti?
Mi posi una mano davanti alla bocca contorta in una smorfia di disgusto. Il viso di Maria si rabbuiò improvvisamente.
Capii che avrei potuto deluderla rifiutando la sua offerta e decisi di mentire: –Wow! Ho una fame…!
–Bene! È la miglior ricetta del Manuale di Nonna Papera… Sai l’ho trafugato alla mia cuginetta.
–Ma dai..!
Non dovevo ridere. Sarebbe stata una prova troppo difficile per la mia testa.
–Maria…
–Dimmi…
–Un moment…un aulin, un’aspirina, qualcosa per la mia testa ti prego!
– Ok bella!
Maria si mise alla ricerca di un analgesico. Nel frattempo, con lo sguardo cercavo Andrea in terrazzo.
–Sai Pam, ti dona la felpa di Andrea. Certo che se fosse meno stropicciata… Non pensare che io ogni tanto non stiri anche per lui. Lo faccio! Ma cara mia è troppo incasinato l’uomo tuo! Certo cara che se sei donna e anche bella puoi metterti quello che vuoi, anche una felpa sgualcita che sei comunque sensuale… sexi… invitante… appetitosa come un buon piatto di pasta.
Le sue parole tradivano un velo di tristezza. Mi avvicinai a lei e le schioccai un bacio sulla guancia. Ingurgitai la pastiglia con avidità, facendola seguire da un bicchiere colmo di acqua.
Restai a lungo ad osservare Maria alle prese con i fornelli.
–Come siamo silenziose… – disse voltandosi di scatto verso di me con fare sospettoso.
–Ti guardo. Sei bella Maria. Soprattutto mentre cucini.
Un sorriso le illuminò il viso.
–Dai! Così mi fai arrossire… Ma dici?
–Giuro! – ribattei.
–Allora sai cosa faccio?
–Cosa? Dimmi!
–Quando trovo il fidanzato mi faccio trovare in guepière ai fornelli!
–Maria…
–Dimmi…
Non proseguii colta dal timore di rendermi ridicola nel chiedere dove fosse Andrea.
–Allora..?
Mi decisi: –Ma Andrea?
–Al lavoro!
Improvvisamente mi resi conto di non sapere che lavoro facesse Andrea. Provai un leggero imbarazzo.
–Fa il fotografo… Non lo sapevi, vero? Bhé si vede che avevate di meglio da fare … porcellini!
Ero curiosa e decisi di farmi dire di più.
–Che tipo di fotografo?
–Fatti mostrare le sue foto quando torna. Sono stupende. Andrea non coglie il bello, lo crea… lo fa uscire dalle cose apparentemente insignificanti.
Era questa l’essenza di Andrea?
–Allora sarà per quello che è solo da quando l’ho incontrato che mi sento bellissima.
–Ah… amore come sei dolce ma basta… Non farmi piangere, mi si scioglie il trucco! Poi me lo ricompri tu il fondotinta compatto di Dior… mmmh!
Pranzammo da sole io e Maria.
Maria una volta si chiamava Matteo. Adesso Matteo non esisteva più. L’aveva lasciata e ora lei si sentiva più libera. Le facevano male i giudizi degli altri, i commenti e i sorrisi ironici della gente per strada. Sarebbe stata solo questione di tempo. Forse un giorno si sarebbe operata. Forse se avesse trovato l’uomo giusto. Per ora quel coso fra le gambe non lo sentiva come un peso ma piuttosto come una parte di se stessa.
Ingoiavo lentamente piccoli bocconi di cibo.
–Non hai più fame piccola? O la pasta faceva così schifo?
–Ti stavo ascoltando… ma…. Maria, pensi che tra me e lui sia amore?
–Tu cosa senti?
–Non sento di dirgli ti amo ma quello che provo per lui è comunque forte, intenso…
– L’amore non si dice si respira. Chi dice ti amo spesso lo dice solo per riempire i silenzi.
–Come i miei genitori…
A quelle parole, mi resi conto che non avevo ancora chiamato i miei. Decisi di provvedere.
–Maria posso fare una telefonata?
–Neanche da chiedere… mi casa es tu casa… il telefono è laggiù… fai pure.
Rispose mio padre: –Pamela? Dove sei?
–Silvia ha fatto un incidente. Niente di grave, un tamponamento. Resto con lei.
–Ah d’accordo. Potevi avvertirci prima però!
–Scusami.
–Salutami il padre di Silvia… mi raccomando.
–Sarà fatto!
Tirai un sospiro di sollievo.
–Ottima performance Miss!
Andrea… Appoggiò le borse da lavoro e si precipitò ad abbracciarmi.
– L’amore! – esclamò teatralmente Maria – Me ne vado in terrazzo ciccini a godermi un po’ di sole.
Restammo soli.
–Allora sei un fotografo… Perché non mi fai vedere qualcosa? Dai!
–Fai la bambina capricciosa… – mi schernì stringendomi più forte a sé. – Ma io non ti accontento. Non prima di aver avuto quello che voglio…
Ci precipitammo in camera sopraffatti dal desiderio. Andrea mi fece sedere sulle sue ginocchia. Portò le sue dita alla mia bocca. Le leccai avidamente, come fossero un dolce succulento e proibito. Mi prese per la vita accompagnandomi a terra. A quattro zampe sul parquet, le sue dita umide e calde scivolarono dove nessuno prima aveva mai osato.
–Ti piace miss?
Annuii, incapace di emettere alcun suono. Le sue dita si muovevano su e giù nel mio segreto e io lo volevo tutto. Volevo dargli qualcosa che nessun altro mai aveva avuto.
–Ti voglio così… ti prego…
–Sicura?
–Ti prego…– lo implorai.
Mi girò su un fianco. Lo sentii spingere. Sussultai. Mi faceva male ma volevo continuasse.
–Rilassati ora. Fidati miss…
E io mi fidavo… Mi fidai anche allora, quando dolcemente mi penetrò. Presto il dolore svanì lasciando spazio al piacere. Mi bagnai. I nostri movimenti erano naturali e dolci. E anche in quel momento, ne ero certa, le nostre anime si stavano parlando.
Venni intensamente toccandomi nel momento in cui mi inondò del suo sperma.
Era la nostra prima volta…e io ero euforica e affamata.
–Ho fame!
– Di me…miss sei insaziabile!
–Cretino! Ho proprio fame! Una fame che neanche ti puoi immaginare!
Uscimmo dal nostro rifugio.
Maria non c’era.
– L’abbiamo fatta scappare?
– No no… di solito se ne va e mi lascia i piatti da infilare nella lavastoviglie. Odia farlo, dice che si spacca tutte le unghie. Caffé?
–Sì… – risposi con una smorfia da cerbiatta innamorata.
Andrea mi soffiò un bacio. Feci finta di catturarlo con la mano e portarmelo al cuore. È proprio vero, gli innamorati, stupidamente sereni, colmi di gioia e tenerezza, si comportano come bambini in cerca di attenzioni.
Passammo il resto del pomeriggio in terrazzo. Fra le sue braccia mi sentivo sicura. Mi sembrava di conoscerlo da una vita mentre iniziavo solo allora a conoscere me stessa. Parlammo a lungo. Parlai di me, della mia vita, della mia famiglia, di Emanuele, di come questi controllassero la mia vita, il mio corpo, la mia mente. Ora sì, mi sentivo viva, libera, finalmente padrona di me stessa.
Il terrazzo dava su una strada trafficata come tante a Milano, anche se quella aveva un non so che di speciale. Il rombo dei motori, il suono dei clacson si mescolavano alla sua voce. Non mi stancavo di ammirare i suoi grandi occhi azzurri, di registrare in modo indelebile ogni espressione del suo viso, di fremere dal desiderio ogni volta che distrattamente si mordicchiava il labbro inferiore.
Sarei stata sempre così felice o qualcosa o qualcuno avrebbe un giorno rovinato tutto? Qualcuno? No… Allontanai i fantasmi. Aveva ragione Andrea: non si può essere gelosi del nulla. Con gli altri sarebbe stato solo sesso, fra noi simbiosi, Amore, quello con la A maiuscola, quello che nasce dall’anima, quello cantato dai poeti.
Restammo a lungo avvinghiati l’uno all’altra a farci riscaldare dai nostri corpi e dal primo sole primaverile.
10.
–Mi fai vedere i tuoi lavori?
–Davvero vuoi vederli?
–Dai…
Il viso di Andrea si era illuminato con la stessa intensità di quando facevamo l’amore. Capii, così, che mi stava facendo entrare in una parte molto importante della sua vita.
Si diresse a passi rapidi verso la sua camera. Ero impaziente di vedere le sue creazioni.
Tornò pochi minuti dopo con un paio di grossi album.
–Questi sono alcuni dei miei lavori, due book, sono i più importanti, quelli a cui sono più intimamente legato. È un lavoro speciale il mio, sai miss… Tu cosa vorresti fare da grande?
Rimasi in silenzio. Avevo dei veri progetti? Un obiettivo? Avevo studiato passivamente per anni, mi ero preparata con impegno in previsione di cosa? Volevo davvero fare quello per cui ero stata formata? Cosa avrei potuto fare? Maneggiare bilanci, portare avanti progetti, fare reddito, fare soldi… Era quello che volevo veramente fare? No… forse no, questo è quello che volevano gli altri da me ma non quello che volevo io.
–In questa nuova vita ancora non so… forse l’attrice? Forse scrittrice? – risposi istintivamente.
–Sai cosa diceva un certo Vivant Denon nel lontano ‘700?
–Cosa?
–I desideri si riproducono attraverso le loro immagini…. Sono i desideri che amo catturare.
– Cos’è per te un desiderio Andrea?
–Desiderio può essere un panino quando hai fame, un bicchiere di acqua quando hai sete, un letto quando hai sonno, un corpo quando lo vuoi possedere… La pubblicità… cos’è la pubblicità in sostanza? Ti può eccitare, divertire, disgustare, farti incazzare ma è impossibile che ti lasci completamente indifferente. La pubblicità va a stimolare la nostra vanità, i nostri desideri spesso inconfessabili ma comunque facilmente prevedibili. La pubblicità si gioca soprattutto sull’immagine. I miei lavori piacciono ai pubblicitari ma ancora non sfondano. Ho fiducia, però, sai… Credo in me e credo nel mio metodo.
–Quale sarebbe il tuo metodo?
–Cerco di ritrarre le persone, i loro desideri e faccio in modo che anche gli altri li comprendano, li facciano propri… Spesso ritraggo soggetti che hanno come unico desiderio se stessi e faccio in modo che così come sono diventino a loro volta oggetto di desiderio. Raramente si tratta di uomini e donne bellissimi. Spesso, infatti, è gente normale che potresti incontrare all’angolo della strada ogni giorno ma che dietro una macchina fotografica diventano qualcun’altro, forse appunto qualcuno che desidererebbero essere.
Ero ancora più curiosa di vedere le sue creazioni, di entrare nei suoi desideri, nel suo mondo…
– Fammele vedere!
–Iniziamo con queste. Le altre sono in studio. Se vuoi domani ti ci porto.
–Sì dai… ora mostrami queste.
Si sedette accanto a me passando in rassegna le foto che componevano il primo album. Mi osservava ansiosamente cercando di indovinare il mo giudizio. Non potevo che esprimere una totale ammirazione. Era come se potessi sfiorare quei corpi, palpeggiare le pieghe degli abiti, toccare gli oggetti che ne facevano da contorno. Tutto emanava sensualità, passione, vitalità, libertà.
Mi accorsi che in molte foto il soggetto era il medesimo: un ragazzo bellissimo dai lunghi capelli biondi, occhi grandi e azzurri, lineamenti dolci. Una figura eterea, sovraumana.
–Che bello, sembra un angelo… – pronunciai queste parole senza distogliere lo sguardo dalle immagini che avevano catturato completamente la mia attenzione.
– È un angelo… Il mio angelo biondo… – aggiunse con voce tremante.
–Il mio…? – lo interruppi.
Sollevai lo sguardo e vidi il volto di Andrea contorto nell’atto di respingere una lacrima traditrice, rivelatrice di un dolore recente, ancora vivo. I suoi occhi lucidi si fissarono nei miei, incerti, spaventati come se uno spettro si fosse materializzato davanti a lui, fra noi.
–Andrea… chi è questo ragazzo? Cosa rappresenta per te?
Silenzio.
–Andrea cazzo rispondimi